Negli ultimi giorni sulle reti sociali, in particolare FaceBook, si è scatenata una sorta di piccola tempesta "infodemica" di provincia, a proposito delle "scandalose" affermazioni della dermatologa ed oncologa dottoressa Rasio circa i risultati di una ricerca che ha documentato la correlazione statistica tra insorgenza melanomi e utilizzo delle creme solari. Il messaggio lanciato via web della dottoressa è così semplificabile: "le creme solari sono tossiche e aumentano il rischio di melanomi mentre il sole ha un ruolo protettivo".
Il proverbiale uomo della strada ha obiettive difficoltà ad interpretare i dati della ricerca, per il carattere ostico dei concetti statistici, per cui si affida al parere di esperti di fiducia che diventano anche influencer "scientifici". Meno giustificabile è l'analfabetismo probabilistico degli influencer che diffondono acriticamente opinioni viziate da bias cognitivi, probabilmente senza esserne consapevoli, prendendo così lucciole per lanterne.
La vicenda è sintomatica di quanto possa essere radicato il bias delle correlazioni spurie (o spurious correlation bias) perfino tra i professionisti della salute che ne dovrebbero essere immuni; si tratta dell'errore in cui si incorre quando si interpreta una correlazione statistica come dimostrazione di una relazione causa-effetto oggettiva, mentre in realtà la connessione tra i dati può essere fittizia, apparente o confondente, nascondendo altri fattori di rischio "occulti".
Cade in questo bias interpretativo chi non considera i limiti della statistica frequentistica e della probabilità aleatoria, che inducono a interpretare erroneamente le correlazioni in chiave deterministica, ovvero come cause necessarie e sufficienti tra due variabili, in modo generalizzato come indica il proverbiale aforisma "post hoc ergo propter hoc"; in realtà ogni fattore di rischio è riferito alle medie di popolazione e non può essere automaticamente applicato in modo induttivo a tutti i possibili casi; in questo modo si rischia anche di cadere nel bias della singola causa (si veda il PS) che semplifica un fenomeno multifattoriale inserito in una "rete causale", come quella oncologica, spesso abbinato al bias ecologico, che trasferisce automaticamente le evidenze emerse dagli studi di popolazione (validità interna) ai singoli individui (validità esterna).
L'associazione di questi bias cognitivi si presta ad una interpretazione deterministica, trasformando la correlazione in un nesso causale necessario e
sufficiente, mentre si tratta di un legame probabilistico, mediato dal concetto di rischio.
Il frequentismo, inserito in questa cornice esplicativa culturale, può indurre equivoci interpretativi e distorsioni valutative nel segno del riduzionismo ad un unico fattore, rispetto alla complessita' e varieta' delle reti causali. La lezione da trarre è che una correlazione, anche forte, non basta mai per stabilire la direzione di un nesso causale. Il problema non è tanto nella falsità delle affermazioni della dermatologa, ma nella sua personale interpretazione dei dati, viziata da semplificazioni di facile diffusione e comprensione per chi è privo di adeguate basi cognitive.
IL METODO. E' interessante considerare il metodo utilizzato per leggere il dato inatteso e probabilmente spurio emerso dalla ricerca, dando naturalmente per scontata la buona fede: la dermatologa ha applicato senza esitazione la generalizzazione induttiva che, abbinata al bias della causa singola, ha portato alla conclusione che le creme solari "tossiche" aumentano i casi di melanoma - come se non esistesse una ampia gamma di filtri solari - con il corollario che l'esposizione al sole invece è un fattore protettivo. In alternativa si poteva invertire il nesso causale, in senso "fallibilista" piu' realistico, ad esempio ipotizzando che nei fototipi più sensibili/suscettibili e/o per scorrette modalità di applicazione o esposizione alcune creme non offrono una sufficiente protezione dai raggi solari.
Insomma non ha preso in considerazione la probabile natura spuria dell'inattesa correlazione, avanzando spiegazioni alternative in linea con le prove cliniche, fisiopatologiche ed epidemiologiche che dimostrano il nesso tra melanoma ed esposizione solare, rispettando i criteri di Bradfor-Hill per la dimostrazione delle relazioni causali nelle malattie non trasmissibili.
Per scegliere questa strada doveva adottare il modello bayesiano, alternativo al frequentismo, che consiste nel rivedere l'iniziale probabilita' a priori della teoria esplicativa proposta, sulla base delle informazioni già disponibili e delle acquisizioni che via via possono emergere dalla ricerca, nel segno della conferma o del ridimensionamento della stima dell'ipotesi di lavoro. Con l'approccio bayesiano poteva interpretare la ricerca in due modi.
Il risultato sorprendente toglieva in apparenza un mattoncino al muro probatorio della teoria esplicativa sui danni dei raggi solari, senza tuttavia far crollare l'edificio tirato su nei decenni accumulando dati epidemiologici e fisiopatologici convergenti nel rafforzare l'ipotesi sui diversi rischi per il melanoma. Insomma una piccola crepa "fallibilista" da analizzare e tentare di spiegare, al di là della dubbia correlazione statistica, con ricerche specifiche, ad esempio sul tipo di filtri solari utilizzati e/o sulle modalità di applicazione e tempi di esposizione ai raggi UV dei pazienti più o meno suscettibili. La spiegazione più accreditata è il bias comportamentale come fattore confondente: chi ha pelle molto chiara, molti nei o si espone intensamente al sole tende anche a usare più frequentemente la crema.
Invece ha preso per buona la correlazione spuria, come prova provata del rischio oncologico delle creme, e di rifesso ha scagionato il sole dal ruolo di principale fattore per l'insorgenza del melanoma, proponendo in sostanza una rivoluzione paradigmatica alla Kuhn, simile a quella copernicana; in pratica ha letto la ricerca come un terremoto che si abbatte sulle fondamenta del castello di evidenze edificato dai ricercatori, aggiungendo via via mattoni fisiopatologici, epidemiologici e clinici, per supportare il ruolo patogeno dei raggi solari.
IL PRECEDENTE. C'è uno storico caso di "rivoluzione" paradigmatica in medicina che vale la pena di citare per un confronto metodologico con l'attualità, ovvero la scoperta del ruolo eziologico del batterio helicobacter pylorii nella malattia ulcerosa gastro-duodenale.
I ricercatori Barry Marshall e John Robin Warren, autori della scoperta, adottarono a suo tempo il processo bayesiano di revisione della stima iniziale, grazie alla prove empiriche raccolte a favore della loro intuizione, inizialmente squalificata dai sostenitori della spiegazione allora prevalente; con metodo e accumulando via via solidi dati empirici confutarono le precedenti spiegazioni fisiopatologiche ed eziologiche che escludevano a priori la presenza di un batterio nell'ambiente acido gastrico.
Ai due ricercatori australiani è servito oltre un decennio di duro lavoro di ricerca per vincere le resistenze verso la loro ipotesi, meritandosi alla fine pure il premio Nobel della medicina nel 2005, grazie a una scoperta che ha rivoluzionato l'approccio terapeutico alle ulcere gastro-duodenali.
Nella nostra vicenda invece l'opinione dei follower ha fatto la differenza e i like hanno approvato a furor di popolo web la nuova "verità" scientifica, decretando il trionfo mediatico dei bias cognitivi a supporto del negazionismo solare.
Il mismatch tra dimensione di coorte e il livello individuale è limite dell'impostazione frequentistica, che genera semplificazione e distorsioni cognitive che spiegano l'impatto mediatico, per il bisogno di trovare conferme al complotto ordito dall'establishment professionale, che alimentando la fobia sociale dei raggi solari persegue i propri interessi.
LE REAZIONI. In aggiunta ai video di medici e dermatologi, che contestano le affermazioni della dermatologa, sono state inviate all'Ordine dei medici di Roma svariate denunce con la richiesta di provvedimenti disciplinari per violazione del Codice Deontologico.
A mio parere è controproducente invocare l'azione disciplinare ordinistica quando sarebbe necessaria e più utile una formazione sulle basi epistemologiche del pensiero probabilistico. E'
un errore mediatico proporre una sorta di rieducazione "scientifica" o la censura dell'interessata per violazione del pensiero mainstream, dimenticando che nell'impostazione frequentistica si possono annidare simili qui pro quo interpretativi, come ben illustrato dall'ironico sito che raccoglie le più buffe e improbabili correlazioni statistiche https://www.tylervigen.com/spurious-correlations
Di fatti stanno fioccando i post a sostegno della paladina dell'anticonformismo scientifico e a difesa dei bias interpretativi proclamati coram populo con grande sicurezza. Personalmente mi guardo bene dall'invocare l'intervento disciplinare ad personam. Il mio è il tentativo, probabilmente velleitario, di riportare il dibattito su un piano
meta-cognitivo rispetto all'oggetto specifico, per favorire la riflessione
critica sul metodo probabilistico che puo' indurre questi effetti mediatici. Insomma servirebbe una formazione al pensiero e alla lettura critica degli studi e iniziative di alfabetizzazione sulle basi epistemologiche del probabilismo.
E' inappropriato reclamare provvedimenti di censura, facendo della protagonista una perseguitata del libero pensiero anti sistema. Di fatti stanno fioccando i post in difesa dei bias cognitivi della dermatologa, vittima dell'intolleranza dogmatica dell'establishment medico.
BIBLIOGRAFIA
Alla complessa vicenda scientifica e sociale della teoria batterica delle ulcere peptiche il filosofo della scienza Paul Thagard ha dedicato la II parte del suo volume sulla "spiegazione scientifica della malattia" (ed Mc Graw-Hill, 2000).
P.S. Il bias della singola causa è la tendenza a pensare che un fenomeno complesso abbia una sola causa. Porta a semplificare eccessivamente la realtà, riducendo l'attenzione a un unico fattore e trascurando la natura multifattoriale di eventi come le malattie croncihe non trasmissibili ma anche quelle infettive contagiose.
Sinonimi e termini correlati: è anche conosciuto come fallacia della causa singola (fallacy of the single cause), semplificazione causale eccessiva (causal oversimplification), o riduzionismo causale (causal reductionism).
Questo bias riflette una preferenza per spiegazioni semplici e lineari (“A ha causato B”), che sono più facili da elaborare rispetto a storie causali più complesse che richiedono di tenere traccia di molteplici linee di causalità.


