Estratto dal saggio: Giuseppe Belleri, "Itinerari diagnostici nelle cure primarie. Pluralismo
ed integrazione metodologica in MG: problem
solving, euristiche, approccio ipotetico-selettivo e a soglia".
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L'approccio bayesiano a soglia di test e terapia consiste nella valutazione della probabilità epistemica di un singolo caso clinico, nel senso del grado di fiducia del medico circa l'allocazione di un paziente in una specifica categoria nosografica, esclusa a priori dall'approccio frequantistico oggettivo. Inoltre è alternativo all'approccio Euristiche&Bias, ovvero al modello delle decisioni intuitive e immediate che utilizzano alcune scorciatoie per
semplificare la valutazione probabilistica (euristiche) a prezzo però di incorrere in distorsioni cognitive di vario genere (bias). Come afferma il neuroscienziato Seth (2023,
p.110)
II
ragionamento bayesiano ha come caratteristica di essere un ragionamento con le
probabilità. Più precisamente, ha come caratteristica di compiere inferenze
ottimali [..] in condizioni di incertezza. [..] L'inferenza bayesiana è un
esempio di ragionamento abduttivo, che è diverso sia da quello deduttivo sia da
quello induttivo. Il ragionamento abduttivo - il tipo di ragionamento
formalizzato dall'inferenza bayesiana - è caratterizzato dal trovare la
migliore spiegazione per un insieme di osservazioni, quando queste osservazioni
sono incomplete, incerte o altrimenti ambigue.
L’approccio a soglia fa affidamento sul Sistema 2, ovvero all'elaborazione analitica
delle informazioni e al rigore metodologico nel soppesare il grado di
fiducia verso una delle ipotesi in gioco. Secondo Prevaldi (2009) due sono
le fasi del processo diagnostico nel setting dell’Emergenza Sanitaria, che
valgono anche per il I livello assistenziale
- in un primo tempo il medico ricorre
a modalità intuitive, basate su prime impressioni e informazioni che, mediate
da scorciatoie euristiche, favoriscono il riconoscimento a colpo d’occhio di
quadri tipici;
- successivamente
con una modalità alternativa analitica, razionale e sistematica, esamina nei
dettagli il problema, minimizzando l’interferenza emozionale e il rischio di
sottovalutazione o quasi errore da “prima impressione”.
Quest’ultima opzione può essere assimilata al
ragionamento bayesiano soggettivo, di natura epistemica, che consiste nella
stima probabilistica di malattia nel singolo caso, basata sulle informazioni
iniziali raccolte con l’anamnesi - la probabilità a priori dell’ipotesi o
pre-test - che viene via via aggiornata in funzione delle informazioni
dell’esame obiettivo e dei test, con tempistiche variabili in relazione ai dati
via via disponibili.
Probabilità frequentistica e soggettiva epistemica
L’integrazione tra processo indiziario ed
inferenza bayesiana potrebbe essere mal interpretata se si fa riferimento alla
probabilità frequentistica, detta anche aleatoria, che attiene alla dimensione
collettiva, indifferente alle vicende cliniche individuali, che invece ispirano
il modello ipotetico selettivo[4]. Alla
dimensione oggettiva, relativa all’occorrenza di un fenomeno nel tempo in una
popolazione, si contrappone la probabilità soggettiva o epistemica (Haking 1987; Giani
2012)
La
probabilità ha due aspetti. Da un lato è connessa con il grado di credenza
giustificato dall'evidenza, dall'altro riguarda la tendenza mostrata da alcuni
meccanismi casuali a produrre frequenze relative stabili. […] Da un lato,
infatti, essa è statistica e riguarda le leggi stocastiche dei processi
casuali, dall'altro è epistemologica, volta a valutare gradi ragionevoli di
credenza in proposizioni assolutamente prive di contenuto statistico. (Haking
1987, p. 11-57)
Il matematico e statistico Bruno De Finetti,
principale esponente della corrente soggettivistica, così si esprime
Per
applicare il teorema di Bayes occorre attribuire delle probabilità alle
"ipotesi" prese in considerazione, e vedere poi come variano in
seguito alle successive osservazioni e informazioni, e in base a ciò trarre le
conclusioni. A ciò si oppone la preclusione dogmatica dei frequentisti contro
l'attribuzione di una probabilità a un “caso singolo" (De Finetti 1978, p. 462).
Basta limitarsi alla concezione soggettiva, considerare cioè la probabilità
come il grado di fiducia sentito da un dato individuo nell’avverarsi di un dato
evento (De Finetti 1995, p. 152).
Analogamente nella valutazione
diagnostica l’approccio bayesiano epistemico attiene al grado soggettivo “di
credenza ragionevole” o di fiducia circa l’appartenenza di un “caso singolo” ad
una categoria diagnostica, giustificato dagli indizi raccolti e dal superamento
di alcune soglie probabilistiche discriminanti che guidano le scelte pratiche (il
decision making diagnostico-terapeutico).
In
conclusione, disponiamo di due concetti di probabilità che non devono essere
confusi. In statistica una probabilità è la frequenza vera o ideale che sta
alla base di una frequenza osservata e questo tipo di probabilità è detta
frequentista. Nel linguaggio ordinario una probabilità è una misura della
nostra credenza soggettiva nell'occorrenza di un particolare evento (o, come
vedremo, nella verità di un'ipotesi). Queste probabilità, che possono essere
quantificate in modo che somiglino a probabilità frequentiste, sono chiamate
probabilità Soggettive (AA VV 1995, p. 118)
Come già osservato i medici del territorio raramente
si cimentano con i complicati calcoli necessari all’applicazione della formula
di Bayes in chiave frequentistica o utilizzando score clinici validati che
permettono di valutare rischi e stimare probabilità in termini numerici.
Tuttavia i clinici sono bayesiani naturali in un doppio significato: in primo
luogo perché adottano informalmente un approccio soggettivo e non
frequentistico alla valutazione della probabilità a priori, in cui i dati di
prevalenza e di incidenza si integrano con tutte le altre informazioni raccolte
con il colloquio e l’indagine clinica. In secondo luogo poichè di fronte
all’incertezza epistemica cercano ulteriori informazioni per confrontare
criticamente le ipotesi diagnostiche differenziali aggiornando mentalmente
(belief revision) la stima iniziale, nel senso del rafforzamento o
dell’indebolimento del grado di confidenza circa una delle ipotesi concorrenti
(Gill e coll. 2005).
Gill e colleghi così
sintetizzavano il procedimento del medico bayesiano naturale
- tutte le informazioni della storia
clinica e le manovre dell'esame fisico costituiscono test diagnostici, sebbene
le loro sensibilità e specificità siano raramente note con precisione e vengano
rese in termini qualitativi;
- ogni parte della storia clinica e
dell'esame può essere vista come un modificatore di opinione, aggiornando una
probabilità a priori di malattia per generare una probabilità a posteriori, con
un ruolo chiave anche nell’inquadrare e rivedere le ipotesi diagnostiche
differenziali;
- ogni domanda e reperto fisico
durante un incontro clinico ha una significatività e un proprio rapporto di
verosimiglianza, al pari degli accertamenti; anche per queste informazioni vale
la regola per cui le probabilità a posteriori dell’esito di un test diventano
probabilità a priori per il test successivo (vedi anche Giani 2012):
- la definizione di probabilità
pre-test di una malattia per un dato paziente è intrinsecamente soggettiva e
l'alternativa alla soggettività è escludere il giudizio clinico (che è tutto in
materia di contesto) dalla cura del paziente.
Una versione
pragmatica ed informale dell’inferenza bayesiana, utilizzata dai medici
pratici, è il cosiddetto “approccio a soglie” (threshold approach) che fa
riferimento ad una concezione soggettiva del ragionamento bayesiano,
alternativa a quella oggettiva, supportata
cognitivamente dal sistema 2 riflessivo, consapevole, analitico e rigoroso
nella deliberazione probabilistica, seppur “qualitativa”. Il clinico medico Cesare Scandellari così descrive
l’approccio a soglia
Considera
la probabilità che il soggetto sia affetto da una determinata malattia e se
tale probabilità di malattia è inferiore ad un certo valore, si astiene dal
proporre test di accertamento per quella malattia e non prende alcun
provvedimento terapeutico specifico. Se invece la probabilità di malattia
supera questo particolare valore, decide di procedere con opportuni
accertamenti clinici. Questo valore in base al quale il clinico decide di
eseguire o non eseguire accertamenti diagnostici viene indicato come soglia
d'esame. In quest'ultimo caso, la terapia viene eseguita solo in base al
risultato positivo del test. Qualora la soglia d'esame
sia superata, il clinico deve considerare un secondo livello di probabilità di
malattia, quello cioè oltre il quale egli decide di passare al trattamento
anche indipendentemente dall'esecuzione e dal risultato di nuovi accertamenti
(Scandellari 2005, p 150).

Nell’assistenza primaria il modello a soglia si
arricchisce della conoscenza di sfondo del medico, circa lo stile di vita e
l’ambiente del paziente, ed anche della sua partecipazione attiva
all’interpretazione dei sintomi e alla definizione del problema (Donner-Banzhoff
2018). Il
threshold approch è stato proposto per semplificare la valutazione
probabilistica e scandire le decisioni operative, evitando l’utilizzo della
formula in quanto, come ammette Scandellari, non è usuale
che un
medico giunga alla formulazione della diagnosi dopo essersi impegnato con
calcoli probabilistici, come ognuno può sperimentare. (Scandellari 2005, p.
145).
L’originale proposta di approccio a soglie si riferiva
alla decisione di eseguire un test e/o di prescrivere la terapia in relazione
ad una singola ipotesi.
Il
trattamento dovrebbe essere sospeso se la probabilità di malattia è inferiore
alla soglia del test e il trattamento dovrebbe essere somministrato senza
ulteriori test se la probabilità di malattia è maggiore della soglia
test-trattamento. Il test dovrebbe essere eseguito (con trattamento dipendente
dall'esito del test) solo se la probabilità di malattia è compresa tra le due
soglie (Pauker Kassirer 1980, traduzione personale).
Il superamento della soglia d’esame dipende
dalla probabilità a priori, che a sua volta è soggettiva in quanto operatore e
contesto-dipendente: il superamento della soglia d’esame è l’esito
dell’assemblaggio delle informazioni anamnestiche, dei rilievi semiologici e
dei parametri epidemiologici di incidenza (eventi acuti) o prevalenza (rischi e
patologie croniche) nel setting professionale, che concorrono alla definizione
informale della probabilità a priori.
Quanto più numerose sono le ipotesi proliferate nella
mente del diagnosta come in presenza di sintomi aspecifici isolati – ad esempio
astenia, febbre, malessere generale, cardiopalmo o prurito sine materia - tanto
più laboriosa sarà la selezionate di quelle meno adatte. Il punto di partenza è la probabilità
a priori, ovvero la plausibilità delle ipotesi formulate dopo la raccolta delle
informazion anamnestiche e dell’esame clinico. I medici in genere si affidano
ad un mix di conoscenza epidemiologica e del contesto, esperienza clinica, buon
senso ed intuito per valutare la plausibilità delle ipotesi in campo e decidere
il corso d’azione appropriato nel singolo caso. La cinematica della stima, ovvero l’incremento
dalla probabilità a priori fino a quella a posteriori, si applica anche alle
tappe iniziali del processo, fin dalle prime battute della consultazione
Tipicamente vi è un giudizio a priori [..] della
probabilità che il paziente sia affetto dalla malattia M, dato lo stato
informativo iniziale. Tale stato può essere, ad esempio, quello che precede
l'incontro medico-paziente oppure quello che si realizza dopo la raccolta
dell'anamnesi o altro ancora (Giani 2000, p.175).
Ogni informazione raccolta prima di
superare la soglia d’esame ha sensibilità e specificità analoghe a quelle dei
test diagnostici e la stima nel singolo dato attiva una catena di inferenze: la
conferma di un’informazione anamnestica diviene la probabilità a posteriori
dell’ipotesi a priori precedente che a sua volta diventa la nuova probabilità a
priori per una successiva ipotesi più affidabile e così via. La cinematica
probabilistica riguarda tutti gli step[22] della fase
pre-test (Giani 2012):
-
la probabilità
a priori di un’ipotesi preliminare viene trasformata in stima a posteriori in
funzione della presenza o meno del dato – ad esempio in un pazienta con dolore
addominale la localizzazione elettiva in fossa iliaca destra evocata l’ipotesi
di appendicite acuta -
- questo dato
diviene la probabilità a priori per il successivo esame obiettivo – ad esempio
la ricerca del segno di Blumberg alla palpazione addominale -
- infine in caso
di positività semiologica l’ipotesi di appendicite si rafforza ulteriormente e
supera a cascata la soglia d’esame per ulteriori conferme a posteriori, dalla
consulenza chirurgica alla prescrizione di un emocromo per valutare
l’incremento dei globuli bianchi e/o di un’ecografia addominale per
visualizzare la flogosi appendicolare
Lo stesso procedimento indiziario
sequenziale può riguardare un paziente che lamenta faringodinia, al quale può
essere applicato sia lo score di McIsaac sia la valutazione clinica informale
per arrivare a dirimere la diagnosi differenziale tra una faringite batterica
piuttosto che virale, senza la prescrizione del tampone faringeo che potrà
comunque essere eseguito in caso di esito interlocutorio dello score o di
dubbio clinico sull’eziologa (si vedano i casi clinici del capitolo 4). Se la
probabilità a priori viene identificata con la prevalenza della patologia nella
popolazione generale si appiattisce, fino ad annullarlo, il ciclo continuo di
inferenze bayesiane - a priori/a posteriori – finalizzate alla revisione della
stima soggettiva dell’ipotesi in funzione dell’acquisizione di nuovi dati
anamnestici e semiologici.