l’Istituto Mario Negri di Milano ha recentemente avanzato una proposta di riforma sanitaria che prevede due cambiamenti cardine (per i dettagli si veda il PS):
- la centralizzazione ministeriale romana della programmazione e gestione dei servizi sanitari regionali;
- l'attivazione di una rete di CdC da 5-10 mila abitanti e il passaggio alla dipendenza dei medici convenzionati.
La seconda proposta è un implicito tentativo di rimediare al principale limite del Pnrr: aver finanziato solo mega CdC Hub da 50-60 mila abitanti, soluzioni inadatte, per dimensioni e tipologia, a coprire la varietà geodemografica e orografica dei territori con un’assistenza primaria capillare e di prossimità.
Questa scelta si deve alla gestione Speranza, che ha spostato 3 miliardi sull’assistenza domiciliare, stornandoli dall’iniziale finanziamento per la rete di CdC Hub&Spoke previsto nella bozza Conte del Pnrr. L’assistenza domiciliare è di fatto una spesa corrente, formalmente esclusa dal Piano: infatti si concretizza nella remunerazione del MMG per la singola prestazione professionale, la visita eseguita a domicilio invece che in studio, peraltro già normata dall’ACN come ADP/ADI.
Ora che il finanziamento si è esaurito, salvo circa 250 milioni residui per il 2026, la continuità del programma di assistenza domiciliare per i prossimi anni è in forse proprio perché ricade sulla spesa corrente. La stessa criticità si registra per i costi del personale sociosanitario, amministrativo e tecnico, che condizionano negativamente la funzionalità delle CdC.
Quei tre miliardi potevano essere destinati a investimenti strutturali duraturi anziché a prestazioni spot, ad esempio a una fitta rete di CdC Spoke. Questa avrebbe riempito i vuoti di una rete territoriale a maglie troppo larghe, composta da 1.038 mega CdC Hub che restano prive di adeguato personale medico e infermieristico per garantire una vera prossimità. Una configurazione di soli Hub è a priori incompatibile con la gestione dei gruppi di MMG, attivi da decenni in tutte le regioni, sia per carenze infrastrutturali sia per ragioni di governance.
Se ne sono resi conto gli esperti del Negri, che in passato hanno tacciato di corporativismo libero-professionale la Mg per la scarsa propensione a entrare nelle CdC; i mega Hub sono gestiti con criteri manageriali ospedalocentrici e, per mancanza di spazi fisici adeguati, risultano incompatibili con l'organizzazione dell’AP a ciclo di scelta fiduciaria e approccio personalizzato. L'incompatibilità di fondo si è riverberata sulle policy regionali, come in Veneto dove le medicine di gruppo stanno per essere sacrificate per coprire i costi dell'attività oraria nelle CdC Hub introdotta con l'ACN stralcio del giugno scorso.
La soluzione tappabuchi del debito orario di 6 ore in CdC, varata in zona Cesarini alla vigilia della scadenza del Pnrr, mira a garantire la mera “presenza medica” nelle CdC ed è figlia della dicotomia tra logiche organizzative di popolazione e assistenza personalizzata e continuativa di prossimità. Per ora il debito orario si riduce a un’anonima copertura delle 12 ore diurne, con fungibilità oraria per rispondere ai bisogni non differibili: prestazioni occasionali, turn-over continuo dei medici, isolati e privi di un progetto professionale aggregante e motivante.
La carenza di CdC Spoke, adatte a inserire organicamente i MMG nella rete infrastrutturale territoriale, sarebbe stata evitata se la riforma Balduzzi avesse previsto un adeguato finanziamento per le Uccp, introdotte sulla carta nel 2012 ma di fatto ignorate, tranne alcune eccezioni regionali.
La riforma del Negri con la proposta di CdC Spoke da 5-10 mila abitanti ripropone di fatto le Uccp della Balduzzi, senza tuttavia specificare un programma di finanziamenti adeguati, almeno quinquennale come quello del Pnrr, né quantificare gli oneri per il passaggio dei MMG alla dipendenza. Si conferma così la propensione giuridico-formale della nostra PA, che il Pnrr aveva perlomeno mitigato con il monitoraggio semestrale di accountability sullo stato di avanzamento dei progetti finanziati.
Poco convincente è anche l'idea della centralizzazione romana della gestione dei servizi sanitari, segno di un approccio top-down e dirigista alla governance, che non considera la path dependence e la storia locale dei servizi, come se al ministero ne avessero una conoscenza superiore a chi vive e lavora sul campo.
A chi si deve l’impianto del DM77, che ignora la configurazione geodemografica e orografica e la realtà amministrativa? Non certo alle regioni, che hanno tentato di rimediare ai suoi limiti con un numero ridotto di Spoke, bensì a una programmazione ministeriale che ha imposto un unico modello di mega CdC Hub, avulso dalla varietà dei bisogni delle periferie e delle zone disagiate, in via di spopolamento, aggravato dalla desertificazione sanitaria in atto, per la carenza di MMG nei piccoli comuni della collina e della montagna lontani dagli Hub. La centralizzazione romana della programmazione e gestione dei servizi sanitari regionali sarà in grado di rimediare ai propri "errori" di valutazione e configurazione della rete sociosanitaria?
Le criticità di valutazione e programmazione hanno segnato l’imprinting del Pnrr, evidenziando i limiti di efficacia delle CdC, che rischiano di ridursi a una via di mezzo tra un consultorio e un poliambulatorio ex Inam. Le policy nazionali per il territorio sembrano insomma affette da una coazione a ripetere gli stessi errori, che probabilmente vanificheranno una potenziale occasione storica di rinnovamento, quale era in origine il PNRR/DM77.
P.S. Sul piano istituzionale, si suggerisce di escludere le autorità regionali dalla gestione finanziaria e organizzativa del SSN, limitando la loro attività a un eventuale esercizio di controllo esterno e sostituendole con un livello puramente amministrativo sotto la guida diretta del Ministero della Salute. Il territorio italiano potrebbe essere accorpato in nove macro aree geografiche in funzione dei territori delle regioni confinanti: due (a Ovest e a Est) per l’Italia Settentrionale, Centrale e Meridionale, in aggiunta alla Lombardia (di gran lunga la regione italiana più popolosa) e alle due isole principali (geograficamente isolate per definizione). Inoltre, per proteggere la sanità pubblica dalle oscillazioni ideologiche dei governi, le leggi di politica sanitaria dovrebbero essere sottoposte a clausole di salvaguardia che richiedano una maggioranza parlamentare di almeno due terzi.
Assumendo che tutti i professionisti sanitari debbano diventare lavoratori dipendenti del SSN (MMG inclusi) per gestire in modo più efficace la loro attività, la riorganizzazione dell’assistenza territoriale deve fare perno sulle Case di Comunità, concepite come grandi strutture multifunzionali di riferimento per microaree di 5-10mila residenti. Riunendo in un’unica sede un ampio staff integrato di professionisti sanitari, specialisti ospedalieri a rotazione e assistenti sociali, queste strutture potrebbero estendere l’orario dei servizi di apertura al pubblico, accrescere l’erogazione di cure domiciliari ai pazienti non autosufficienti e gestire l’assistenza giornaliera urgente per i casi di bassa complessità, filtrando l’accesso improprio ai pronto soccorso.
Vdi anche: https://www.saluteinternazionale.info/2026/09/rilanciare-il-servizio-sanitario-nazionale/
