venerdì 15 maggio 2026

DL SCHILLACI, i prevedibili effetti perversi del debito orario: dalla padella alla brace

L'ultimo incontro tra parte pubblica e sindacati medici sul DL Schillaci di riforma dell'AP si è concluso con un nulla di fatto per la ferma opposizione della FIMMG all'ipotesi di introdurre la dipendenza per i medici che prenderanno servizio nelle Case dalla Comunità Hub (CdC).

E' difficile comprendere questa rigida contrarietà verso la dipendenza che dovrebbe essere selettiva, ovvero limitata per le scarse risorse finanziarie regionali; di conseguenza cambierà poco o nulla nel resto del territorio che non afferisce alle poche CdC, anche perché negli Hub non ci sarà fisicamente posto per l'attività oraraia dei convenzionati e dei futuri MMG dipendenti. 

Basta valutare gli spazi messi a dispozione dei professionisti dell' AP (per la turnazione dei medici di MG, di CA e dei servizi, pediatri e infermieri di comunità, a cui si aggiungeranno i MMG dipendenti in servizio continuativo) nella pianta della CdC Hub per l'area della cure primarie, secondo il metaprogetto ministeriale elaborato da AGENAS (supplemento a Monitor del 2022). 

L’immagine sintetizza in maniera schematica le macro-aree che compongono
la CdC Hub, alcune obbligatorie ed altre definite facoltative dal DM77.

 
Layout delle aree funzionali all’interno della Macro-area Cure Primarie
(scenario corrispondente alla CdC Hub)

I locali a disposizione saranno appena sufficianti per garantire il turn-over dei convenzionati con debito orario e per ospitare stabilmente i futuri dipendenti. Inoltre bisogna tenere conto che la proposta di AGENAS è un progetto ideale non sempre replicabile nei territori.

L'attività oraria dei medici convenzionati e dei dipendenti sarà probabilmente utilizzata per due scopi

  • rispondere ai cosiddetti bisogni non differibili dei cittadini che non riscono ad ottenere in tempi brevi un accesso allo studio del proprio MMG; 
  • fornire l'assistenza minima a tutti gli assistiti rimasti senza medico nelle zone in cui gli ambiti restano carenti, per i pensionamenti previsti fino alla fine 2027 e per un insufficiente ricambio generazionale. 

Si tratta di prestazioini occasionali, anonime, ripetitive e deprofessionalizzanti che nulla hanno a che fare con la tradizionale attività a ciclo di scelta e con la relazione di cura stabile e personalizzata della cronicità e fragilità. Insomma una deriva da "impiegato esecutivo" di basso profilo che assieme alla nuova retribuzione per obiettivi, come paventa lucidamente Ettore Iorio sul QS,  può "spingere verso una managerializzazione estrema della medicina territoriale, dove il tempo clinico viene progressivamente colonizzato dal tempo organizzativo e amministrativo. Il rischio è che il medico di famiglia perda la propria funzione storica di “mediatore umano” del sistema sanitario, diventando soprattutto un gestore di percorsi, flussi informativi e adempimenti programmatori".

In aggiunta i futuri MMG dipendenti saranno adibiti a compiti organizzativi (le funzioni territoriali strutturate) di coordimaneto delle equipe multiprofessionali e delle attività delle CdC rivolte alla popolazione generale - come vaccinazioni, screening, iniziative di prevenzione ed educazione sanitaria etc. -  a cui contribuiranno anche i convenzionati con una parte del loro debito orario.

Nella fase iniziale è probabile che i futuri dipendenti, entrati in servizio con l'equipollenza, faranno da "tappabuchi" delle crescenti carenze di Mmg sul territorio, in particolare nelle aree interne delle regioni del Nord dove è in atto una vera desertificizaione dell'AP. 

L'atro nodo del contendere è il debito di 6 ore dovuto da tutti i convenzionati al momento dell'entrata in vigore del DL, a prescindere dal numero di pazienti in carico, che in alcune regioni arriva in media quasi a 1500, con punte di 1800 e addirittura 2000. Questa rigidità è la spada di Damocle che potrebbe calare sulla MG come un colpo di grazia in molti territori già in grave sofferenza, per alcuni prevedibili effetti collaterali o perversi. 

Prima di tutto l'obbligo generalizzato delle 6 ore di debito, nel momento in cui entrerà in vigore, sarà un incentivo per la defezione pensionista anticipata degli ultra 65enni che superano il massimale, per non parlare di quelli che hanno accettato l'incremento a 1800 assistiti per tamponare situazioni critiche; inoltre i convezionati entrati da poco in attività potrebbero rinunciare per intraprendere altre strade professionali. 

Infine la confusione normativa e le inevitabili incertezze della fase di transizione potrebbero ridurre la motivazione dei neolaureati verso il corso di Formazione Regionale residuale o la furura specializzazione, ancora indefinita. Insomma il combinato disposto di queste scelte individuali intenzionali potrebbe tradursi in una tracollo sistemico inintenzionale, per la classica soluzione che peggiora il problema.

Una via d'uscita ragionevole per evitare il peggio sarebbe uno scambio negoziale tra l'OK alla dipendenza, da parte del sindacato, e la modulazione del debito orario, in funzione del numero di assistiti, ad esempoo il dimezzamento per gli ultra massimalisti e l'esonero per chi accetta l'innalzamento a 1800 scelte.

mercoledì 13 maggio 2026

Decreto Schllaci, la posta in gioco: da agenti autonomi ad esecutori anonimi

Una riforma efficace dipende dalla coerenza tra le fasi del processo e la capacità di adattarle alla realtà, al contesto socio-sanitario, ai bisogni dei destinatari e ai portatori di interessi coinvolti; per avviare un vero cambiamento serve l'incontro tra norme top-down e risorse umane e professionali bottom-up senza le quali il successo è in dubbio. 

Nel caso della riforma Schillaci il cambiamento dovrebbe essere innescato dal combinato disposto tra il debito orario di 6 ore da svolgere in Casa della Comunità (CdC) - a prescindere dal numero di assistiti in carico, ad esempio ben oltre il massimale - e dipendenza selettiva nel contesto delle CdC Hub, come macchina organizzativa per l'erogazione di prestazioni collettive rivolte alla popolazione.

Come si possono raggiungere questi obiettivi concentrando gli interventi nelle sole mega CdC Hub da 50-60 mila abitanti, gestite come poliambulatori ospedalieri, senza coinvolgere il resto della rete territoriale, composta da Uccp e medicine di gruppo grandi e piccole?

Il disegno implicito della riforma esula dai bisogni reali degli assistiti, che si manifestano nelle consultazioni on-demand con gli operatori sanitari dell'AP, per piccoli e grandi problemi quotidiani: non è un caso che il processo diagnostico sia assente nella bozza di DL. Nella visione manageriale non c'è spazio per la tradizionale relazione di cura, continuativa e personalizzata, che passa in secondo piano rispetto agli interventi sulla popolazione da svolgere nelle 6 ore di lavoro nelle CdC, ovvero prestazioni routinare, anonime, standardizzate, decise a tavolino, senza una rapporto stabile con gli "utenti" e sostanzialmente deprofessionalizzanti per il medico.

Il medico diventa un "esecutore" del mansionario perdendo l'attitudine ad agire per far accadere le cose (agency), ad analizzare e valutare la situazione nell'interazione con il paziente, a pianificare la soluzione dei problemi definendo priorità, ad avviare indagini e processi diagnostici condivisi, ispirati al giudizio clinico e alla saggezza pratica situata nel contesto (la phronesis aristotelica). Tratti professionali che si sono dimostrati efficaci sia nella gestione delle situazioni acute sia nella cura della cronicità, come ha documentato il recente rapporto OCSE.

Su La Lettura del Corriere del 3 maggio il sociologo tedesco Rosa ha descritto la frustrazione sociale diffusa in questa fase storica, derivante dal fatto che a tutti i livelli siamo chiamati ad eseguire invece di agire, tendenza che coinvolge anche la medicina: 

"una volta essere medico voleva dire essere un guaritore; oggi la salute appare come una moltitudine di parametri. Per giunta, i medici sono obbligati a tener conto di tutte le regole della burocrazia. Ovunque c'è stato uno spostamento dall'agire - dove contano il giudizio, il senso della misura, la sensibilità, il tatto - all'esecuzione".

In sostanza senza la possibilità di agire in autonomia nella relazione d'aiuto e di cura, anche esercitando un'appropriata discrezionalità, la MG rischia di tradire la sua mission, di smarrire la sua ragione relazionale e antropologica e di essere "stritolata" dalle due grandi forze che dominano la scena sanitaria: l'apparato burocratico-manageriale, da un lato, e le logiche del libero mercato dall'altro.

Uno dei modelli teorici di riferimento per l'implementazione e la valutazione delle politiche pubbliche è l'impostazione realistica proposta dai sociologi britannici di Pawson e Tilley. L’idea centrale è che una politica “funziona” non in assoluto, ma perché attiva certi meccanismi in determinati contesti. I cardini della valutazione realistica sono (per i dettagli si veda il PS):

  1. il contesto (Context): comprende condizioni istituzionali, sociali, economiche, culturali e organizzative che influenzano la realizzazione della politica;
  2. i meccanismi (Mechanisms): attengono ai processi causali che spiegano perché attuatori e destinatari dovrebbero reagire all'implementazione con il cambiamento previsto dai decisosi pubblici;
  3. gli esiti (Outcomes): sono gli effetti pratici prodotti dalla combinazione tra contesto e meccanismi. Possono essere attesi o inattesi, positivi o negativi, diretti o collaterali, di breve o lungo periodo

Per queste motivazioni, le fasi di una riforma sono intrecciate e interdipendenti, tanto da condizionarne in positivo o in negativo i risultati finali: 

  • un'analisi del problema  inappropriata o una diagnosi parziale delle criticità possono portare a strategie fragili o inefficaci; 
  • meccanismi di cambiamento semplificati e lineari possono trascurare la complessità del contesto, ad esempio le dinamiche sociorelazionali tra  portatori di interessi, attuatori e destinatari delle policy; 
  • l’implementazione è una sorta di sperimentazione sul campo, che mette alla prova l'efficacia dell'interazione tra l'analisi del problema e la teoria del cambiamento, con esiti parziali o inattesi rispetto agli obiettivi prefissati. 

Con queste premesse non è difficile immaginare quali saranno i risultati di una riforma che tradisce l'ispirazione e la mission dell'assistenza primaria. Ad esempio la demotivazione dei potenziali generalisti e/o l'esodo pensionistico in massa degli ultra 65enni, dopo l'entrata in vigore del debito orario, mettendo in crisi l'equilibrio del sistema.

Quasi rottura tra parte pubblica e sindacati medici sulla riforma Schillaci dell'assistenza primaria

Ieri si è svolta una importante riunione tra la parte pubblica al completo (ministro, vice ministro, governatori ed assessori regionali ed esponenti di primo piano della maggioranza) e rappresentanti di tutto il fronte sindacale della MG e della Pediatria convenzionata. 

L'incontro è stato interlocutorio e senza esiti pratici, vista la distanza tre le parti soprattutto sulla questione della dipendenza selettiva fortemente voluta dalle regioni. Al termine sono state rilasciate le dichiarazioni di rito, sotto riportate, riprese dalla cronaca del Quotidiano Sanità

SCHILLACI. “Dobbiamo dare ai cittadini una sanità più moderna e più vicina. Vogliamo garantire più servizi ed evitare che vi siano ancora cittadini di serie A e cittadini di serie B con territori scoperti dai servizi sanitari. Spero in un rapido e sereno confronto su una riforma attesa da tempo e che guarda ai diritti dei cittadini”.
 
ROCCA. “Siamo partiti quattro anni fa con un’ipotesi di dipendenza totale, poi si è passati a un canale duale e oggi si parla di dipendenza residuale. Il punto è che, dove non arriva il medico di medicina generale, dobbiamo poter procedere all’assunzione di personale a tempo indeterminato”.
 
COMMENTO. Le mega CdC da 50-60 mila abitanti possono funzionare per i cittadini di seria A residenti nelle grandi città, ma sono IL PROBELEMA nelle aree interne in via di spopolamento, dove i cittadini rischiano di restare senza assistenza primaria perchè la rete delle sole CdC Hub - senza CdC spoke, UCCP, medicine di gruppo grandi e piccole - non è in grado di coprire adeguatamente un territorio a bassa densità di polazione sparsa in piccoli comuni. Per cui i residenti nonostante gli HUB saranno abbandonati e continueranno ad essere trattati come cittadini di serie B.

Comuni Italiani: Numero, Tipologia e Grafico

Anche nell'ipotesi di introdurre la dipendenza, per garantire l'assistenza nelle aree in cui mancano MMG, difficilmente il futuro personale assunto a tempo indeterminato riuscirà a coprire tutte le zone scoperte  prestando servizio a rapporto orario nelle sole CdC hub, proprio per la loro disomogenea distribuzione geo-demografica, tutt'altro che capillare di cui sopra. Saranno CdC Hub di "lontananza", altro che prossimità, con turn-over continuo di dipendenti ex-specialisti ospedalieri senza formzione specifica, anonimi e demotivati per il declassamento a "generici".
 
Possibile che anche gli assessori regionali non riescano a realizzare che una rete Hub&Spoke, ipotizzata dal PNRR per un territorio assai diversificato come quello Italiano, sarà inefficace senza strutture intermedie tra gli Hub e i medici single? 
 

 
 
P.S.  Strittura amministrativa italiana
In Italia, la struttura amministrativa è caratterizzata da una grande frammentazione, con un elevato numero di comuni, la maggior parte dei quali di piccole dimensioni. Al 1° gennaio 2026, il numero totale dei comuni italiani è di 7.896 (dato che può variare leggermente nel tempo a causa di processi di fusione). Ecco un'analisi dettagliata della loro tipologia e distribuzione, seguita da un grafico che ho generato appositamente per la tua presentazione.

1. Tipologia per Dimensione Demografica. La distinzione più significativa in Italia è quella basata sulla popolazione. I "piccoli comuni" (sotto i 5.000 abitanti) rappresentano la spina dorsale del Paese.

  • Piccoli Comuni (fino a 5.000 abitanti): Sono circa 5.500, ovvero quasi il 70% del totale. Spesso gestiscono la maggior parte del territorio rurale e montano.
  • Comuni Medi (5.000 - 50.000 abitanti): Rappresentano la fascia intermedia, circa il 27%.
  • Grandi Comuni (oltre 50.000 abitanti): Sono una minoranza (circa il 3%), ma ospitano una quota altissima della popolazione totale. Di questi, solo 44 superano i 100.000 abitanti.

2. Tipologia Amministrativa e Funzionale. Oltre alla dimensione, i comuni si distinguono per il loro ruolo amministrativo:

  • Comuni Capoluogo: Sono i centri amministrativi delle province o delle città metropolitane (circa 110).
  • Città Metropolitane: Esistono 14 enti di area vasta (come Roma, Milano, Napoli) che includono il comune centrale e quelli della cintura urbana, con funzioni di coordinamento speciale. 
  • Comuni in Unione/Fusione: Molti piccoli comuni si aggregano in "Unioni di Comuni" per gestire servizi insieme o procedono alla "Fusione" (diventando un unico nuovo ente) per ottenere maggiore efficienza e contributi statali.

 Punti chiave dell'assetto amministrativo colunale. 

  • Prevalenza dei Piccoli Comuni: Come vedi dal grafico, la prima barra domina la scena. Oltre il 69% dei comuni italiani ha meno di 5.000 abitanti.
  • Frammentazione Geografica: Il Nord Italia (specialmente Lombardia e Piemonte) ospita il maggior numero di comuni a causa di una suddivisione storica del territorio molto capillare.
  • Popolazione vs Enti: Sebbene i comuni sopra i 100.000 abitanti siano pochissimi (meno dell'1%), in essi risiede circa il 15-20% della popolazione nazionale, evidenziando una forte polarizzazione urbana.

martedì 12 maggio 2026

State of Health in the EU. Italia, lo stato dell'assistenza primaria e della MG

Ecco un approfondimento dettagliato sulle sezioni del rapporto riguardanti la medicina generale e le cure primarie in Italia, che contiene dati significativi sull'efficacia dell'assistenza territoriale, nonostante finanziamenti inadeguati e invecchiamento della forza lavoro; il rapporto Ocse è stato diffuso contemporaneamente al DL Schillaci che vorrebbe riformare  radicalmente il profilo professionale ed organizzativo del MMG, per evitare che le Case di Comunità restino sguarnite di professionisti sanitari (si veda il post precedente).

1. Carico di lavoro e personale medico

Nonostante l'Italia presenti una densità di medici superiore alla media UE (5,4 ogni 1.000 abitanti, circa il 25% in più), la medicina generale soffre di forti pressioni strutturali:

  • Pazienti per medico: oltre il 50% dei medici di medicina generale (MMG) assiste un numero di pazienti superiore al limite massimo contrattuale di 1.500.
  • Carenza di personale di supporto: a differenza dei medici, la densità di infermieri è di soli 6,9 ogni 1.000 abitanti, oltre il 20% al di sotto della media UE, limitando il supporto operativo negli studi medici.

Nota: la mappa illustra la carenza regionale stimata di medici di base,
calcolata come aumento percentuale della forza lavoro necessaria per
raggiungere un rapporto target di 1 350 pazienti per medico di base. Questo
obiettivo rappresenta il 90 % del carico di lavoro massimo contrattuale di
1 500 pazienti per medico di base fissato dal contratto collettivo nazionale. I
calcoli si basano sulla popolazione regionale totale e non sono ponderati in
base all’età. Il grigio indica che non è stata calcolata alcuna carenza.
Fonte: calcoli basati sui dati del Ministero della Salute (2025). I dati si
riferiscono al 2023.

2. Efficacia del sistema di "Filtro" e Ospedalizzazioni Evitabili

Il sistema di assistenza primaria italiano si distingue per la capacità di gestire le malattie croniche sul territorio, evitando ricoveri impropri:

  • Primato UE: nel 2023, l'Italia ha registrato il tasso combinato di ricoveri ospedalieri per diabete, insufficienza cardiaca, asma e BPCO più basso dell'Unione Europea, pari a meno della metà della media UE.

  • Studi associati: questo successo è favorito dall'organizzazione del lavoro: nel 2023, il 70% dei MMG operava in studi associati, migliorando la continuità e la qualità delle cure.
  • Gestione del diabete: nonostante un'alta prevalenza della patologia, l'Italia detiene il tasso di ospedalizzazione per diabete più basso dell'UE.

3. Divario nel finanziamento pubblico e tempi di attesa

Un punto critico riguarda la copertura economica dei servizi ambulatoriali, che includono le prestazioni dei MMG e degli specialisti:

  • Sottofinanziamento: solo il 58% dei costi per i servizi medici ambulatoriali è coperto da fondi pubblici, una percentuale nettamente inferiore al 77% della media UE.

  • Accesso al privato: la combinazione tra bassa copertura pubblica e lunghi tempi di attesa per le visite specialistiche spinge molti pazienti a rivolgersi a servizi privati a pagamento (pagamenti "out-of-pocket").

4. Digitalizzazione e Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE)

Il rapporto evidenzia progressi significativi nella digitalizzazione della medicina territoriale grazie ai fondi del PNRR:

  • Connettività: si stima che entro la fine del 2024 la quasi totalità dei medici di base sarà collegata al sistema.

  • Copertura: il nuovo FSE 2.0 punta a coprire il 98% della popolazione, sebbene persistano disparità regionali nella preparazione digitale e nelle competenze dei cittadini.

5. Prescrizioni e appropriatezza: la sfida degli antibiotici

L'attività prescrittiva dei medici di base riflette una sfida persistente per la salute pubblica:

  • Consumo elevato: il consumo di antibiotici in Italia (23,1 dosi giornaliere ogni 1.000 abitanti) è superiore del 16% rispetto alla media UE.

  • Qualità della prescrizione: solo circa la metà degli antibiotici prescritti appartiene al gruppo "Access" dell'OMS (quelli a minor rischio di sviluppare resistenze), un valore lontano dall'obiettivo del 65%.

6. Organizzazione territoriale e ASL

Il sistema si basa su una gestione decentralizzata dove le Aziende Sanitarie Locali (ASL) giocano un ruolo centrale:

  • Governance: le ASL gestiscono i bilanci e contrattualizzano i MMG per fornire assistenza primaria e preventiva.

  • Gatekeeping: i medici di base e i pediatri fungono da filtro obbligatorio per l'accesso a visite specialistiche e cure ospedaliere, garantendo l'appropriatezza dei percorsi di cura.

CONCLUSIONI DEL RAPPORTO

La medicina generale è in declino a causa di disincentivi strutturali e dell’invecchiamento della forza lavoro

Mentre la densità complessiva dei medici in Italia è cresciuta di oltre l’1% all’anno nell’ultimo decennio, la densità dei medici di medicina generale (MMG) è diminuita di circa il 13% nello stesso periodo. Questa contrazione ha portato a un aumento del carico di lavoro: nel 2023, quasi il 52% dei medici di base si occupava di oltre 1.500 pazienti, il carico massimo stabilito dal contratto collettivo nazionale vincolante. Il deficit a livello nazionale è stimato tra i 2.910 e i 5.897 medici di base, corrispondente a un deficit compreso tra l’8% e il 16%, a seconda che il parametro di riferimento utilizzato sia il limite massimo contrattuale o un rapporto più sostenibile di 1.350 pazienti per medico di base. 

Le disparità regionali sono marcate, in particolare al Nord: nella sola Lombardia, per rispettare le soglie contrattuali, sarebbe necessario un aumento del 20% del personale medico di base (Figura 11). Per rispondere a questa situazione, diverse regioni hanno introdotto misure temporanee di mitigazione, come l’aumento dell’età pensionabile a 72 anni e l’impiego di medici ospedalieri in contesti comunitari. Il calo di attrattiva della medicina generale riflette i disincentivi di lunga data presenti sia nei percorsi formativi che in quelli occupazionali. 

A differenza di altre specializzazioni, la formazione dei medici di base è tradizionalmente erogata attraverso programmi regionali extrauniversitari che offrono condizioni meno
favorevoli rispetto alla formazione specialistica universitaria, come borse di studio inferiori di circa il 50% e un elevato carico di lavoro amministrativo che limita il tempo dedicato
alla pratica clinica. L’aumento significativo dei posti per la formazione specialistica universitaria ha probabilmente creato un effetto di sostituzione, spingendo i laureati a scegliere sempre più spesso altri settori. 

Un altro ostacolo strutturale è rappresentato dalla mancanza di equivalenza formale tra il diploma di MMG e le lauree di specializzazione universitaria. Le riforme legislative
attualmente in fase di approvazione in Parlamento mirano a risolvere tale problema, riconoscendo la formazione degli MMG come una scuola di specializzazione formale
e allineandola ad altre specializzazioni, attraverso una formazione più strutturata, una retribuzione più adeguata per i tirocinanti e una maggiore integrazione nei servizi
sanitari locali. 

Il profilo demografico della forza lavoro degli MMG aggrava ulteriormente queste sfide: nel 2023, il 68% degli MMG in attività si era laureato più di 27 anni
prima, con una percentuale superiore al 75% nelle regioni meridionali (Ministero della Salute, 2025). Le proiezioni per i prossimi cinque anni, considerando i pensionamenti previsti e l’ingresso di medici di base neolaureati, indicano che la densità degli MMG diminuirà in modo più marcato nel Sud, in particolare in Campania, Puglia e Sicilia.

Position Paper SIMG sulla riforma Schillaci: una sintesi

Position Paper SIMG del 8 maggio 2026

Riordino dell’assistenza primaria: un metodo prima delle scelte

Contesto
Il documento interviene sul dibattito sul decreto Schillaci (atteso al Consiglio dei Ministri entro maggio 2026) sul riordino della medicina generale, che prevede tra l’altro il passaggio parziale dalla convenzione alla dipendenza e un maggiore ruolo delle Case della Comunità.

La SIMG non si oppone alla riforma in sé, ma critica fortemente il **metodo** con cui viene condotta: scelta rapida, polarizzata retoricamente (“cittadini vs corporazioni”), priva di adeguate analisi comparative, dati di efficienza e verifiche preliminari.

Tesi centrale
  • L’Italia ha uno dei Servizi Sanitari Nazionali più efficienti al mondo nel rapporto risorse/salute prodotta (16,2 anni di aspettativa di vita per 1.000 dollari pro-capite investiti, contro 8,7 della Germania e 5,3 USA).  
  • Questo risultato è dovuto in larga parte alla capillarità e alta intensità territoriale della medicina generale (migliaia di studi medici diffusi su tutto il territorio).  
  • Prima di cambiare l’architettura del sistema bisogna dimostrare con dati e evidenze che la riforma non danneggi questo vantaggio competitivo.
4 elementi condivisi
1. Grave carenza di medici di medicina generale (oltre 5.700 unità + 8.000 pensionamenti nei prossimi anni).
2. Case della Comunità quasi tutte non operative (solo ~4% pienamente funzionanti a fine 2025).
3. Tre riforme (medicina generale, delega SSN, professioni sanitarie) che si sovrappongono senza coordinamento.
4. Eccellenza di efficienza del SSN italiano.

Le 5 domande di metodo (da porsi prima di decidere)
1. Confronto internazionale: perché il modello “doppio canale” proposto è migliore delle alternative europee?
2. Fondamento causale: esiste davvero evidenza che la dipendenza produca esiti migliori della convenzione capitaria?
3. Scenari economici: costi reali, sostenibilità, redistribuzione delle risorse?
4. Indicatori di esito: come misureremo concretamente miglioramento di accesso, cronicità, ricoveri evitabili, PS, ecc.?
5. Operatività delle Case della Comunità: si possono imporre obblighi su strutture che ancora non funzionano?

Cosa la SIMG non chiede
  • Non difende lo status quo.
  • Non è contraria alle Case della Comunità, alla scuola di specializzazione né (in assoluto) al canale dipendente.
  • Non vuole soluzioni minimali (“qualche ora in più”).
 Cosa propone (6 punti concreti)
1. Cronoprogramma realistico (ricognizione, sperimentazione, valutazione).
2. Pubblicazione di tutta la documentazione tecnica di supporto.
3. Tavolo tecnico sui dati di efficienza prima dell’adozione del decreto.
4. Tavolo permanente trasparente con tutti gli attori.
5. Sperimentazione controllata in territori rappresentativi prima della generalizzazione.
6. Garanzia esplicita di tutela della capillarità territoriale (soprattutto piccoli comuni e aree interne).

Conclusione
  • La posta in gioco non è la forma contrattuale dei medici, ma la qualità e l’efficienza del SSN per i prossimi decenni.  
  • La SIMG chiede di “integrare prima di obbligare, sperimentare prima di generalizzare, misurare gli esiti prima delle ore” e mette a disposizione i propri strumenti analitici (LEDECS Mg Lab).
Commemto
È un documento molto strutturato, dal tono scientifico e costruttivo, che sposta il conflitto dal “cosa” al “come” e dal “chi ha ragione” alle evidenze. Tuttavia l'urgenza di varare un DL per ottemperare agli obblighi normativi del PNRR, evitando che le CdC restino dei contenitori vuoti, non lascia margini temporali per una complessa operazione di sperimentazione e attuazione comparata tra diversi modelli (evidence based policy), come quella ipotizzata nel cronoprogramma proposto nel postion paper.

venerdì 8 maggio 2026

Riforma Schillaci: definizione del problema e teoria del cambiamento

Una riforma sanitaria — come il DL proposto dal ministero per rafforzare l’assistenza territoriale — prevede un passaggio preliminare: la definizione del problema che si intende affrontare e risolvere. Qui entra in gioco la teoria del problema, ovvero l'analisi delle cause che hanno prodotto la situazione problematica. Ad esempio, si può leggere l'eccessiva pressione sui PS degli ospedali come effetto di un sistema troppo centrato sull’acuto, oppure come conseguenza dell’invecchiamento della popolazione, della carenza della medicina territoriale, di posti letto ospedalieri o dell'offerta di specialistica ambulatoriale. Ogni interpretazione teorica del problema seleziona cause diverse e, di fatto, orienta implicitamente il tipo di soluzione, ritenuta appropriata per correggere le criticità. 

Ad esempio la teoria della riforma Schillaci attiene allo sbilanciamento della medicina territoriale verso la relazione medico-paziente a scapito degli interventi nella dimensione di popolazione, che si dovrebbero attuare primariamente nella rete di Case della Comunità Hub, a prescindere dal resto della rete assistenziale primaria, composta da medicine di gruppo integrate, UCCP e medici single.

Sulla base della teoria del problema si costruisce la teoria del cambiamento, cioè l’idea di come e dove intervenire per migliorare la situazione. Nel caso di una riforma territoriale, si ipotizza che il potenziamento dei servizi di prossimità — come case della comunità, assistenza domiciliare e integrazione socio-sanitaria —  e l'introduzione della dipendenza selettiva possa ridurre ricoveri evitabili, migliorare la continuità delle cure e soprattutto spostare il baricentro dei servizi su interventi preventivi, come vaccinazioni di massa, screening, presa in carico dei cronici etc.. 

In questa fase si individua una catena causale adatta a risolvere il problema di fondo: più servizi nelle strutture territoriali dovrebbe tradursi in maggiore tutela della popolazione, sia nella prevenzione degli eventi acuti sia come conseguenza di una migliore gestione della cronicità. Tuttavia  questa è un’ipotesi che poggia su vaie premesse implicite, ovvero che i cittadini utilizzino effettivamente questi servizi, che siano adeguatamente distribuiti sul territorio, che gli incentivi favoriscano il cambiamento e che vi sia personale sufficiente ad erogare le prestazioni previste.

Il terzo passaggio del processo è l’implementazione, dove la riforma incontra la realtà concreta dei sistemi sanitari e dei suoi attuatori. È il momento in cui la deliberazione adottata a livello centrale viene tradotta in pratiche sul campo da regioni, aziende sanitarie, professionisti e destinatari delle policy. Ed è qui che spesso emergono gli scarti tra intenzioni e risultati, per quello che viene definito implementation gap: differenze territoriali per path dependence, vincoli organizzativi, resistenze professionali, carenze di risorse o di operatori possono modificare — o persino snaturare — il disegno originario. Come mostrato da studiosi dell'implementazione delle policy gli operatori non sempre si limitano a eseguire le direttive politiche, ma le reinterpretano quotidianamente e le plasmano dal basso in un senso o nell'altro.  

La posta in gioco: da agenti autonomi ad esecutori anonimi

Il disegno implicito della riforma esula dai bisogni degli assistiti, che si manifestano nelle consultazioni on-demand con gli operatori sanitari dell'AP, per piccoli e grandi problemi quotidiani: non è un caso che il termine diagnosi sia assente nella bozza di DL. In questa visione organizzativa top-down la tradizionale relazione di cura, continuativa e personalizzata, passa in secondo piano rispetto agli interventi sulla popolazione da svolgere nelle 6 ore di lavoro nelle CdC, ovvero prestazioni routinare, anonime, standardizzate, decise a tavolino, senza una relazione duratura con gli "utenti" e deprofessionalizzanti per il medico.

Il medico diventa un "esecutore" del mansionario perdendo l'attitudine ad agire per far accadere le cose (agency), ad analizzare e valutare la situazione nell'interazione con il paziente, a pianificare la soluzione dei problemi definendo priorità, ad avviare indagini e processi diagnostici condivisi, ispirati al giudizio clinico e alla saggezza pratica situata nel contesto (la phronesis aristotelica).

Su La Lettura del Corriere del 3 maggio il sociologo tedesco Rosa ha descritto la frustrazione sociale diffusa derivante dal fatto che a tutti i livelli simo chiamati ad eseguire invece di agire, che riguarda anche la medicina: "una volta essere medico voleva dire essere un guaritore; oggi la salute appare come una moltitudine di parametri. Per giunta, i medici sono obbligati a tener conto di tutte le regole della burocrazia. Ovunque c'è stato uno spostamento dall'agire - dove contano il giudizio, il senso della misura, la sensibilità, il tatto - all'esecuzione".

In sostanza senza la possibilità di agire in autonomia nella relazione d'aiuto e di cura, anche esercitando un'appropriata discrezionalità, la MG rischia di tradire la sua mission e di smarrire la sua ragione sociorelazionale e antropologica, onde evitare di essere "stritolata" dalle due grandi forze che dominano la scena sanitaria: l'apparato burocratico-manageriale, da un lato, e le logiche del libero mercato dall'altro.

Per queste motivazioni, le tre fasi non sono separate ma intrecciate tanto da condizionare in positivo o in negativo gli esiti finali di una riforma o di una policy: 

  • una teoria del problema inappropriata o una diagnosi imprecisa possono portare a strategie fragili o inefficaci; 
  • una teoria del cambiamento troppo lineare può trascurare la complessità sistemica del contesto, ad esempio le dinamiche relazionali tra i portatori di interessi, attuatori e destinatari delle policy; 
  • l’implementazione si può rivelare una sorta di sperimentazione sul campo, che mette alla prova l'efficacia dell'interazione tra le due teorie, con il metro degli esiti conseguiti rispetto agli obiettivi prefissati. 

Nel caso della riforma Schillaci il cambiamento dovrebbe essere innescato dal combinato disposto tra convenzione riformata e dipendenza selettiva nel contesto delle Case della Comunità Hub da 50-60mila abitanti, come macchina organizzativa per l'erogazione di prestazioni e di interventi rivolti alla popolazione. 

Una riforma sanitaria efficace dipende dalla coerenza tra le tre fasi del processo e dalla capacità di adattarli alla realtà che cambia, al contesto socio-sanitario, ai bisogni dei destinatari e ai portatori di interessi coinvolti; per avviare un vero cambiamento serve l'incontro tra norme top-down e risorse umane e professionali bottom-up. Come possono raggiungere gli obiettivi con le sole mega Case della Comunità Hub da 50-60 mila abitanti, senza coinvolgere il resto della rete territoriale?

Uno dei modelli teorici di riferimento per l'implementazione e la valutazione delle politiche pubbliche è l'impostazione realistica proposta dai sociologi britannici di Pawson e Tilley. L’idea centrale è che una politica “funziona” non in assoluto, ma perché attiva certi meccanismi in determinati contesti. I cardini della valutazione realistica sono (per i dettagli si veda il PS):

  1. il contesto (Context): comprende condizioni istituzionali, sociali, economiche, culturali e organizzative che influenzano la realizzazione della politica;
  2. i meccanismi (Mechanisms): attengono ai processi causali che spiegano perché attuatori e destinatari dovrebbero reagire all'implementazione con il cambiamento previsto dai decisosi pubblici;
  3. gli esiti (Outcomes): sono gli effetti pratici prodotti dalla combinazione tra contesto e meccanismi. Possono essere attesi o inattesi, positivi o negativi, diretti o collaterali, di breve o lungo periodo.

La PiC lombarda: un caso di scuola

Un esempio pratico di definizione del problema, teoria del cambiamento e dell'implementazione inadeguate rispetto al contesto è stata la riforma della Presa in Carico (PiC) della cronicità e fragilità in Lombardia. La teoria del problema era contenuta in un precedente DGR che criticava la MG senza mezzi termini con un giudizio senza appello: “l’attuale organizzazione delle cure primarie (…) è inidonea a garantire una reale presa in carico complessiva al di fuori dell’ospedale”La PiC aderiva implicitamente ad una teoria del cambiamento secondo la quale, per compensare le carenze della MG e migliorare la PiC, diabetici, ipertesi, scompensati,  broncopneumopatici etc dovevano essere seguiti da un Clinical Manger ospedaliero. 

Gli esiti empirici della riforma confutavano questo presupposto tacito, che era la teoria dell'implementazione immaginata dai decision maker, vale a dire la “generalizzazione” della medicina di II livello per migliorare la qualità dell’assistenza. La riforma ipotizzava il passaggio in massa dei cronici dal generalista territoriale allo specialista nosocomiale; nella realtà questa proposta di passaggio in cura veniva ricusata sia dai diretti destinatari alla PiC stessa, ovvero i cronici, sia dagli attuatori specialistici pubblici e soprattutto convenzionati. 

La teoria del cambiamento non teneva conto della discrezionalità degli attuatori e dei destinatari, ovvero l’adesione dei medici e il consenso dei cronici all' "arruolamento": alla prova dei fatti meno nella metà dei generalisti lombardi partecipava attivamente alla PiC, arruolando peraltro oltre il 90% dei pazienti, a fronte del 10% scarso dei Clinical Manager ospedalieri pubblici o delle strutture accreditate.

L’esito della riforma lombarda è un esempio di scuola di implementation gap per il disallineamento tra le dinamiche relazionali del contesto sociosanitario (bottom-up) e la teoria del programma e dell’implementazione (top-dowm). 

P.S. I principi della valutazione realistica della politiche pubbliche sono (sintesi dell'IA).

  1. Contesto (Context), Il contesto comprende condizioni istituzionali, sociali, economiche, culturali e organizzative che influenzano gli effetti della politica. La domanda chiave è: in quali condizioni questa politica produce effetti?”

Esempi di contesto: capacità amministrativa di un comune, fiducia dei cittadini nelle istituzioni, risorse disponibili, caratteristiche territoriali o sociali.. La stessa misura può funzionare bene in una città e male in un’altra proprio perché cambia il contesto.


  1. Meccanismi (Mechanisms). I meccanismi sono i processi causali che spiegano perché gli attori reagiscono a una politica in un certo modo.

Non coincidono con le attività della politica, ma con motivazioni, interpretazioni, incentivi, cambiamenti cognitivi o relazionali. La domanda chiave è: che cosa fa scattare il cambiamento nei soggetti coinvolti?. Esempio: un bonus occupazionale non crea automaticamente lavoro; può funzionare se induce le imprese a percepire minore rischio nell’assunzione.


  1. Esiti (Outcomes). Gli esiti sono gli effetti prodotti dalla combinazione tra contesto e meccanismi. Possono essere: attesi o inattesi, positivi o negativi, di breve o lungo periodo. La domanda chiave è: quali risultati emergono e per chi?

  1. Configurazioni CMO. Il cuore della valutazione realistica è il modello: Context + Mechanism = Outcome - spesso indicato come configurazione CMO.

L’obiettivo non è semplicemente stabilire “se una politica funziona”, ma: cosa funziona, per chi, in quali circostanze, attraverso quali meccanismi. Per esempio: In contesti con forte cooperazione locale (C), programmi di partecipazione civica attivano senso di efficacia collettiva (M), producendo maggiore coinvolgimento dei cittadini (O).


  1. Teoria del programma. La valutazione realistica cerca di esplicitare la teoria implicita della politica pubblica: quali ipotesi causali contiene, perché dovrebbe produrre certi effetti, quali condizioni richiede.

In pratica: “Qual è la logica attraverso cui il decisore pensa che l’intervento funzionerà?”


  1. Causalità generativa. A differenza degli approcci puramente sperimentali, la valutazione realistica adotta una causalità “generativa”: gli effetti non derivano automaticamente dall’intervento ma emergono dall’interazione tra intervento, attori e contesto. Quindi la causalità è contingente, aperta e dipendente dalle condizioni sociali. 

7. Approccio orientato all’apprendimento. La finalità non è solo misurare performance, ma produrre apprendimento utilizzabile: adattare le politiche; trasferire pratiche in modo realistico; capire limiti e condizioni di replicabilità. Per questo è molto usata in: welfare; sanità; educazione; sviluppo locale; politiche complesse e multilivello.


Una formula sintetica della valutazione realistica potrebbe essere: “Non chiedere soltanto se una politica funziona, ma come, per chi, dove e perché.”


martedì 5 maggio 2026

Dalla Riforma Schillaci al DL "snello": rinviata alla calende greche la Convenzione riformata?

E' duarata poco più di una settimana la bozza di riforma Schillaci, travolta da un turbillion di critiche sindacali e riserve politiche. Come in occasione del decreto Liste d'attesa, si profila il superamento della prima versione con uno sdoppiamento legislativo approvato in gran fretta anche dalle regioni e di prossima formalizzazione:

  • un DL da approvare in tempi brevi per tamponare la situazione ed evitare il fallimento delle CdC Hub, scatole vuote prive di medici, e 
  • un PDL da sottoporre alle camere per la ristrutturazione dell'ACN e l'introduzione della specializzazione in MG.  

Un DL "urgente" su tutta la materia, come ipotizzato in un primo momento, era una evidente forzatura per una riforma così complessa, varata in zona Cesarini per incassare i finanziamenti del PNRR senza rimediare agli errori di policy degli ultimi 5 anni, a partire dall'idea di progettare una rete Hub&Spoke priva di Spoke, ovvero senza includere l'assistenza personalizzata a ciclo di scelta dei MMG, di fatto espulsi dagli Hub gestiti come poliambulatori specialistici con logiche ospedalocentriche. 

Di solito un DL entra in vigore il giorno successivo alla pubblicazione in GU mentre la riforma Schillaci richiederà un cronoprogramma di 180 giorni per l'implementata, nella più ottimistica ed astratta delle previsioni. Una riforma del genere doveva essere varata almeno due anni prima della scadenza del PNRR, ovvero in tempo per diventare esecutiva al 30 giugno 2026.

Invece di rivedere scelte irrazionali e fallimentari, come il ruolo unico "selettivo", il DL poteva aggravare la situazione con proposte irrelistiche nei tempi ipotizzati, per la classica toppa peggiore del buco. L'obiettivo dichiarato del mini DL in fase di elaborazione è di garantire la continuità assistenziale diurna h12 nelle CdC Hub, almeno per 5 giorni la settimana, per due funzioni principali

  • assistere i cittadini rimasti senza medico e 
  • rispondere ai cosiddetti bisogni non differibili, 

vale a dire l'assistenza minima ai pazienti che non trovano un appuntamento in tempi brevi presso il proprio MMG, riducendo il carico delle pseudo-urgenze. Questi pazienti si potranno rivolgere alla CdC dove sarà garantita la presenza di un MMG convenzionato o dipendente per la continuità assistenziale diurna h12, come del resto prevedeva la riforma Balduzzi del 2012 affidando tale compito alle Uccp rimaste sulla carta per 15 anni. Come sarebbe oggi l'assistenza territoriale se in un decennio fosse stata realizzate una fitta rete di UCCP/medicine di gruppo integrate, analoghe alle CdC Spoke non finanziate dal PNRR? Errare è umano, perseverare diabolico e fallimentare!

La formula del debito orario potrebbe rivelarsi una utile valvola di sfogo per evitare le richieste dell'ultimo minuto o futili visite domiciliari, con un impegno orario minimo per tutti e non per i soli neo-convenzionati a ruolo unico.Q uante ore di debito orario saranno obbligatorie in funzione al numero di pazienti in carico? Una formula tipo 2 ore a settimana in funzione del numero di pazienti con esonero per i super massimalista a 1800 scelte sarebbe equa (per intenderci 6 ore fino a 500, 4 da 500 a 1000, 2 da 1000 al massimale).

In ogni caso il debito orario in CdC toccherà a tutti sanando la discriminazione verso i giovani per privilegiare i "vecchi" con l'esonero, un evidente caso di nonnismo professionale. Tutto dipenderà dalle modalità organizzative della continuità diurna, se ad accesso libero o su appuntamento tramite numero unico. 

La differenza non è da poco e comunque il documento delle regioni di settembre 25 prevedeva l'appuntamento, con una sorta di triage telefonico per escludere i sintomi a rischio di patologia tempo dipendente, tipo dolore toracico etc..

Altri possibili effetti di un DL tampone saranno: un aggioramento normativo dell'ACN vigente per l'introduzione del debito orario e del RU "universale", la rinegosiazione degli AIR varati nell'utimo anno, la ridefinizione dei compiti delle AFT, in particolare per il coordinamento degli orari di studio che verrà superatato dalla continuità assistanziale in presenza nelle CdC. 

Insomma non è azzardato prevedere almeno un anno di transizione, con inevitabile confuzione normativa e pratica, in attesa che il DDL di riforma della Convenzione faccia il suo corso, ammesso che arrivi in GU prima della fine della legislatura e non alle calende greche.