sabato 8 maggio 2021

COVID-19: evoluzione settimanale al 5 maggio

Evoluzione settimanale al 5 maggio

Nella prima settimana di maggio sono diminuiti nettamente i nuovi casi e continua il calo dei ricoveri e dei degenti in terapia intensiva mentre la mortalità resta significativa, seppure dimezzata rispetto ai picchi di oltre 3000 decessi della terza ondata.

  • i nuovi casi scendono a +64mila rispetto +89mila, con un calo del 30% e una media giornaliera inferiore a 10mila casi 
  • i ricoverati diminuiscono di 1684 e i degenti in TS di 288
  • anche i i decessi sono in netta diminuzione da 2259 a 1482 (in media 200 al dì) toccando il minimo della terza ondata
  • i dimessi guariti sfiorano i 100mila e i soggetti in isolamento scendono di oltre 26mila
  • i tamponi scendono a 1642000 con una positività che scende sotto il 4%         




Andamento mensile e confronto tra seconda e terza ondata

I dati di aprile segnano una riduzione generalizzata degli indici di contagio rispetto a marzo, in particolare i nuovi casi che si dimezzano ed anche i ricoverati mentre i decessi sono in lieve aumento; diminuiscono anche i degenti in TI, la percentuale di positivi sui tamponi mentre aumenta significativamente la letalità per il noto gap temporale tra incremento dei casi e quello dei deceduti. Il mese di aprile in sostanza segna il lento declino della terza ondata con un graduale ritorno alla normalità, anche se nelle ultime 2 settimane il calo dei nuovi casi è inferiore rispetto alle prime 2.
                                                                     




Report della Protezione Civile: 
dati nazionali










PNRR e case della Comunità: quale modello di prossimità?

Il PNRR recentemente approvato dal Parlamento italiano promette una svolta radicale delle policy del territorio, grazie al copioso finanziamento garantito dalla UE nel periodo 2022-2026. Il PNRR prevede la diffusione capillare di strutture come le case e gli ospedali di comunità e i centri operativi dell'ADI, configurando quella riforma mai attuata nell'ultimo decennio, per promuovere l'integrazione tra territorio ed ospedale.

Gli standard previsti condizioneranno le successive norme attuative e l'utilizzo dei finanziamenti UE, così distribuiti:
  • 2 miliardi per 1.288 Case della Comunità (1 ogni 46mila abitanti circa) con punto unico di accesso (PUA) ai servizi da realizzare entro la metà del 2026
  • 4 miliardi per 602 Centrali Operative Territoriali (COT, 1 ogni 100mila abitanti) dedicate alla gestione ADI
  • 1 miliardo per 380 Ospedali di Comunità con 20-40 posti letto (1 ogni 156mila abitanti) da realizzare sempre entro il 2026.
Lo standard del PNRR prevede una struttura ogni 50mila abitanti circa; si tratta di un calcolo puramente matematico ed astratto rispetto alle diverse situazioni geo-demografiche, quanto mai diversificate e variegate. Le case della comunità così dimensionate saranno la soluzione più adatta per le aree urbane ad elevata densità o perlomeno nei comuni superiori a 40 mila abitanti. Nei comuni con popolazione inferiore, dove le case della comunità non sono proponibili per questioni logistiche, medicine di gruppo, Unità Complesse Multiprofessionali e AFT previste dalla riforma Balduzzi del 2012 continueranno ad essere un punto di riferimento per gli assistiti ivi residenti. Bisogna inoltre considerare che in alcune regioni esiste già una rete di case della salute più o meno articolata e strutturata.

Per disegnare un nuovo assetto della rete territoriale bisogna quindi partire dalle esperienze consolidate, come quella decennale dell’Emilia Romagna, e dalle norme vigenti, come la Legge Balduzzi, adottando un'architettura flessibile di tipo Hub&Spoke. Se si vuole realizzare concretamente una sanità di prossimità, adatta ai bisogni della popolazione, ai contesti geodemografici e alle risorse professionali disponibili conviene adottare una strategia incrementale a partire dall'esistente più che una soluzione "paradigmatica" e di cambiamento radicale, con tutti i rischi che porta con sè.
 In quest'ottica si può immaginare un network composto da strutture modulari su 3 livelli di crescente complessità:
  1. piccole, ovvero le attuali medicine di gruppo/Unità complesse, nei comuni con meno di 10-15 mila abitanti, dotate di adeguato personale segretariale, infermieristico e di ambulatori specialistici di base;
  2. medie, per un bacino di 15 e 30mila residenti in comuni limitrofi sul modello emiliano, con ambulatori specialisti, infermieristici, assistenti sociali, psicologi, fisioterapisti, con postazione di Ca e sede di AFT;
  3. grandi, nei comuni con più di 30mila abitanti e nei quartieri cittadini, con ulteriori servizi come quelli delle grandi case della Salute emiliane e con le dimensioni delle Case della Comunità previste dallo standard del PNRR;
  4. HUB di Comunità: strutture che riuniscono ospedali di comunità, casa della Comunità e COT in aree urbane densamente popolate o per comuni sparsi con un bacino di utenza di 100-150mila abitanti.
Case della comunità distribuite a pioggia e con rigidi standard ragionieristici, senza raccordo con gli ospedali di comunità, con la rete della MG già attiva, delle medicine di gruppo alle unità complesse/AFT a prescindere dalle caratteristiche orografiche e geo-demografiche locali hanno poco spazio e senso. Sarebbero le classiche cattedrali nel deserto con una presenza simbolica di MMG e sganciate dall'organizzazione territoriale reale.

Lo standard di 1 casa della comunità ogni 50 mila abitanti si adatta alle aree urbane e metropolitane densamente popolate e ben poco ai comuni con meno di 10-15mila abitanti dove vive quasi il 40% della popolazione. I cittadini residenti in piccoli comuni disagiati o frazionati in un territorio esteso e distante dalla struttura non potrebbero di fatto gravitare e fruire della casa della comunità. Inoltre ben difficilmente i MMG accetterebbero di lasciare i propri studi, diffusi capillarmente sul territorio, per confluire in grandi poliambulatori, anonimi e avulsi rispetto alla residenza dei propri assistiti. Con il concreto rischio di costruire mega-strutture calate top down sul territorio, non tanto di prossimità ma bensì di distanza, di impianto burocratico, difficili da gestire e con difficoltà a reperire tutte le figure professionali necessarie al loro regolare funzionamento.


P.S. La situazione attuale delle case della salute sul territorio nazionale.

Leggendo la lista di proposte "rivoluzionarie" del PNRR si prova una sorta di deja vù perchè progetti analoghi sono stati già messi in campo negli ultimi tre lustri. Dal lontano 2007 si sono stratificati un numero notevole di atti legislativi o accordi stato-regioni che in teoria dovevano potenziare la medicina del territorio investendo nella rete dei servizi socio-sanitari. Ecco l'elenco dei provvedimenti licenziati negli ultimi vent'anni per rilanciare il settore:
  • i Piani Sanitari Nazionali della prima decade del secolo
  • la finanziaria del 2007 ed il Decreto ministeriale attuativo: istituzione delle case della salute su tutto il territorio nazionale
  • riforma Balduzzi del 2012, recepita dal patto per la salute 2014-2016: nascita e diffusione delle forme associative delle cure primarie, ovvero di AFT e UCCP
  • il patto per la salute 2014-2016 e il DM 70 del 2015: creazione degli ospedali di comunità
  • l'ACN, che doveva recepire e mettere in pratica questi atti, è vacante da oltre un decennio in quanto l'ultimo rinnovo risale al lontano 2009.
Quali sono stati i risultati pratici della macchina legislativa e amministrativa doveva rivoluzionare la medicina del territoriale?

Li descrive il rapporto del Senato sulla diffusione della Case della Salute e degli Ospedali di comunità: ben 7 regioni non hanno attivato case della Salute sul loro territorio, vale a dire Lombardia, Valle d’Aosta, Bolzano, Trentino, Friuli, Puglia e Campania mentre spiccano per iniziativa Piemonte, Veneto, Toscana, Sicilia ed Emilia Romagna con oltre 50 strutture in funzione.

Quest’ultima regione è saldamente in testa alla classifica con 124 Case della salute in attività rispetto ad un totale nazionale di 493. Per quanto riguarda gli Ospedali di Comunità è saldamente in testa il Veneto seguito da Emilia Romagna, Lombardia, Toscana e Marche e con ben 13 regioni prive di strutture.

Tipologia delle Case della salute della regione Emilia-Romagna

CASA DELLA SALUTE PICCOLA

Coincide con la sede del nucleo di cure primarie, poiché sono presenti all’interno lefunzioni di assistenza primaria: ambulatorio infermieristico, ambulatorio di medicinagenerale, continuità assistenziale di 12 ore, ambulatorio specialistico, assistenza sociale. E‘ inoltre presente la funzione di primo contatto con gli utenti, punto di accesso immediatamente raggiungibile e visibile dall’ingresso, che comprende l’accoglienza/punto informativo e il Cup.

CASA DELLA SALUTE MEDIA

Nella Casa della salute di dimensione media sono presenti, oltre alle funzioni di assistenza primaria (ambulatorio infermieristico, ambulatorio di medicina generale, continuità assistenziale di 12 ore, ambulatorio specialistico, assistenza sociale) anche gli ambulatori della medicina di gruppo, l’ambulatorio pediatrico, l’ambulatorio ostetrico, il servizio di guardia medica. Inoltre vengono garantiti tra i servizi sanitari, il punto prelievi, attività specialistiche ambulatoriali e di diagnostica strumentale ecografica, il coordinamento dell’assistenza domiciliare (punto unico d’accesso/punto di accesso integrato), le vaccinazioni e le certificazioni monocratiche, nell’ambito della prevenzione. E’ presente la funzione di primo contatto con gli utenti, punto di accesso immediatamente raggiungibile e visibile dall’ingresso, che comprende l’accoglienza/punto informativo e il Cup/Sportello unico.

CASA DELLA SALUTE GRANDE

Qui vengono svolte le funzioni di assistenza primaria (ambulatorio infermieristico, ambulatorio di medicina generale, continuità assistenziale di 12 ore, ambulatorio specialistico, assistenza sociale) e le attività sanitarie previste nella Casa della salute media (ambulatori della medicina di gruppo, ambulatorio pediatrico, ambulatorio ostetrico, servizio di guardia medica). Inoltre vengono garantiti, tra i servizi sanitari, il punto prelievi, attività specialistiche ambulatoriali e di diagnostica strumentale ecografica e radiologica (non contrasto grafica), attività di recupero e rieducazione funzionale (Palestra polivalente), il coordinamento dell’assistenza domiciliare (punto unico d’accesso/punto di accesso integrato), il consultorio familiare/pediatria di comunità, il centro di salute mentale, la neuropsichiatria infantile e dell’età evolutiva, le dipendenze patologiche (Sert).

Nell’ambito della prevenzione, vengono svolte attività di promozione della salute individuale e collettiva: vaccinazioni e certificazioni monocratiche. Sono effettuati programmi di screening: pap-test, mammografico, colon retto. E’ presente la funzione di primo contatto con gli utenti, punto di accesso immediatamente raggiungibile e visibile dall’ingresso, che comprende l’accoglienza/punto informativo e il Cup/Sportello unico ed inoltre sala riunioni per gli operatori e sala polivalente, anche per incontri con la popolazione o gruppi di popolazione.

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La situazione Lombarda.


Ad onor del vero il prospetto della ricerca del Senato sulle Case della Salute non considera che in Lombardia sono stati attivati dal 2015 una quindicina di PReSST, strutture assimilabili alle case della salute e comunque largamente insufficienti rispetto ad una popolazione di 10 milioni di residenti. La tabella propone come esempio il numero di strutture teoricamente attivabili in base agli standard previsti dal PNRR nell'intera regione e nell'ATS di Milano (3 milioni di abitanti).

 

Regione Lombardia

ATS Milano

 

Case della comunità

217

75

 

Centrali Operative Territoriali

101

35

 

Ospedali di comunità

64

22

 


Infine anche la riforma della legge 23 in Lombardia, scaduta a fine 2020, dovrà tener conto ed assecondare il percorso riformatore proposto dal PNRR; lo stanziamento di ingenti fondi per ricostruire la rete territoriale abbandonata da tempo in nome del quasi mercato, è un'opportunità da non perdere per imprimere una svolta radicale alle policy regionali lombarde, a condizione che la revisione della L.R.23 riconduca alle ATS il ruolo di regia dell'operazione; di fatto i miliardi in arrivo dalla UE trascineranno con se anche la gestione della presa in carico, la ricostruzione della case rete distrettuale, dei POT e della medicina territoriale nel suo complesso, ora delegata impropriamente alle ASST.

sabato 1 maggio 2021

COVID-19: andamento mensile e settimanale al 28 aprile

         Andamento mensile e confronto tra seconda e terza ondata

I dati di aprile segnano una riduzione generalizzata degli indici di contagio rispetto a marzo, in particolare i nuovi casi che si dimezzano ed anche i ricoverati mentre i decessi sono in lieve aumento; diminuiscono anche i degenti in TI, la percentuale di positivi sui tamponi mentre aumenta significativamente la letalità per il noto gap temporale tra incremento dei casi e quello dei deceduti. Il mese di aprile in sostanza segna il lento declino della terza ondata con un graduale ritorno alla normalità, anche se nelle ultime 2 settimane il calo dei nuovi casi è inferiore rispetto alle prime 2.
                                                                     




Evoluzione settimanale dal 21 gennaio al 28 aprile

Nell'ultima settimana di aprile sono di poco diminuiti i nuovi casi e comunque l'incidenza sfiora 90 mila: calano vistosamente i ricoveri e i degenti in terapia intensiva mentre la mortalità resta elevata, seppur in diminuzione del 20% rispetto ai picchi di oltre 3000 decessi della terza ondata

  • i nuovi casi scendono a +89 mila rispetto +95 mila, con un calo inferiore 10% e una media giornaliera di 12850 
  • i ricoverati diminuiscono di quasi quasi 3 mila e i degenti in TS di 365
  • i decessi sono stati 2259 (in media 322 al dì) toccando il minimo della terza ondata
  • i dimessi guariti superano 120mila e i soggetti in isolamento scendono di quasi 30mila
  • i tamponi superano di poco più i 2 milioni con una positività che scende sotto il 5% 








Report della Protezione Civile: 
dati nazionali 





venerdì 23 aprile 2021

Ultima versione del PNRR: assistenza territoriale



Rispetto alla precedente versione è stato eliminato il passaggio sul dettagliato percorso di Presa in Carico della cronicità. 

La missione si articola in due componenti:
  1. Reti di prossimità, strutture intermedie e telemedicina per l'assistenza sanitaria territoriale: gli interventi di questa componente intendono rafforzare le prestazioni erogate sul territorio grazie al potenziamento e alla creazione di strutture e presidi territoriali (come le Case della Comunità e gli Ospedali di Comunità), il rafforzamento dell’assistenza domiciliare, lo sviluppo della telemedicina e una più efficace integrazione con tutti i servizi socio-sanitari;
  2. Innovazione, ricerca e digitalizzazione del servizio sanitario nazionale: le misure incluse in questa componente consentiranno il rinnovamento e l’ammodernamento delle strutture tecnologiche e digitali esistenti, il completamento e la diffusione del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), una migliore capacità di erogazione e monitoraggio dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) attraverso più efficaci sistemi informativi. Rilevanti risorse sono destinate anche alla ricerca scientifica e a favorire il trasferimento tecnologico, oltre che a rafforzare le competenze e il capitale umano del SSN anche mediante il potenziamento della formazione del personale.
L'agenda dell'iter attuativo prevede due attività principali:
  • La definizione di standard strutturali, organizzativi e tecnologici omogenei per l’assistenza territoriale e l’identificazione delle strutture a essa deputate da adottarsi entro il 2021 con l’approvazione di uno specifico decreto ministeriale;
  • la definizione entro la metà del 2022, a seguito della presentazione di un disegno di legge alle Camere, di un nuovo assetto istituzionale per la prevenzione in ambito sanitario, ambientale e climatico, in linea con l’approccio “One-Health”.

COMMENTO 

Il 30% della popolazione risiede in comuni con meno di 10mila abitanti e il 90% dei quasi 8mila comuni ne conta meno di 15mila; in un variegato contesto geografico come quello italiano il PNRR prevede i seguenti standard, che condizioneranno i passi normativi successivi e l'utilizzo dei fondi UE:

  • 2 miliardi per la realizzazione di 1.288 Case della Comunità (1 ogni 45mila abitanti) come punto unico di accesso (PUA) ai servizi da realizzare entro la metà del 2026
  • 4 miliardi per 602 Centrali Operative Territoriali (COT: 1 ogni 100mila abitanti) dedicate alla gestione ADI,
  • 1 miliardo per 380 Ospedali di Comunità (1 ogni 160mila abitanti, con 20-40 posti letto) sempre entro il 2026.

Con questo programma si passa dalla medicina di prossimità alla medicina di distanza: le case della comunità ogni 45mila abitanti taglieranno fuori le zone disagiate e i piccoli comuni con popolazione sparsa in frazioni che già ora sono abbandonate e penalizzate, dove peraltro è presente in modo capillare la MG. 

Medicina di prossimità significa rapporto stretto con il proprio territorio mentre con lo standard previsto per le case della comunità - dove si dovrebbero concentrare decine di MMG in un'unica struttura, ammesso che accettino di lasciare i propri studi sparsi sul territorio - non si capisce quale possa essere l'area di riferimento nelle zone extra-urbane a bassa densità di popola-zione. Eppure una soluzione razionale e flessibile era a portata di mano: bastava applicare alla rete territoriale il modello di quella ospedaliera a distribuzione Hub&Spoke, attuato in varie regioni come il Veneto e soprattutto l'Emilia, che prevede tre tipologie di Case della Salute in relazione alla varietà dei contesti geografici e demografici (vedi box). 

Infine mancano rifeimenti all'integrazione con le norme già esistenti sulle case della salute, con le forme associative dell'ACN o quelle della riforma Balduzzi, peraltro largamente inattuata in molte regioni. Una versione del PNRR rigida, poco flessibile e adattabile alla varietà dei contesti locali, che peggiora quella anticipata a gennaio, che perlomeno prevedeva uno standard più appropriato, ovvero una casa della comunità ogni 25mila abitanti.

Per non parlare della previsione di un ADI ipertecnologico, come se fosse la soluzione per la cura delle persone con polipatologie e non auto-sufficienza, che hanno soprattutto bisogno di assistenza ad personam per l'accudimento quotidiano, ovvero di badanti e di controlli periodici di parametri clinici, aderenza terapeutica, educazione e medicazioni/prelievi etc.. e non certo di una telemedicina difficile da utilizzare.

Con le risorse del PNRR si potranno realizzare le strutture, ma poi con quali finanziamenti si gestiranno e soprattutto verranno retribuiti tutti gli operatori sanitari che dovranno "riempire" le case e gli ospedali di comunità per garantire tutti i servizi socio-sanitari? 

Nel testo non vi sono accenni all'ipotesi di passaggio alla dipendenza degli attuali medici convenzionati e mancano obiettivi di salute, definizione di competenze e soprattutto indicatori di efficacia/processo/esito, che dovrebbero essere i parametri di valutazione di una riforma che bada ai risultati, a prescindere dalla tipologia del rapporto/contratto di lavoro degli operatori sanitari.

Confronto statistico tra le ondate pandemiche

Confronto tra seconda e terza ondata






Confronto tra prima e seconda ondata





A grandi linee è possibile un confronto tra la prima ondata (marzo-giugno) e la seconda (settembre-dicembre) con l'avvertenza circa la sottostima dei casi registrati nella prima fase della pandemia, che inficia il raffronto statistico tra i principali parametri.

  • incidenza: è aumentata in modo considerevole in autunno (da 60 mila a 460 mila in media al mese) per la possibilità di eseguire il tampone in sede extra ospedaliera, era preclusa in primavera ai MMG, con la conseguente sottostima dei casi gestiti a domicilio e/o non denunciati, emersi nella seconda fase
  • tamponi: nonostante siano più che triplicati (da 1.347.000 a 4.488.000 in media al mese) la percentuale dei positivi è più del doppio (dal 4,4 al 10,2%), aumento parallelo all'incremento di nuovi casi
  • ricoveri: in rapporto all'incidenza i ricoveri sono notevolmente ridotti in autunno rispetto alla primavera mentre di riflesso sono aumentati i dimessi guariti e i soggetti in isolamento domiciliare: in primavera il picco si è avuto all'inizio di aprile con circa 29.010 e nella seconda ondata alla fine di novembre con 34.577.
  • terapie intensive: nonostante l'aumento dei nuovi casi il picco si è avuto in aprile con 3848 degenti e, nella seconda ondata, con quasi 4053 ricoveri all'ultima decade di novembre
  • dimessi guariti: passano da quasi 200 mila della primavera a 1.255.458 in autunno
  • isolamento domiciliare: l'elevatissimo numero di soggetti rimasti in isolamento domiciliare- con un picco di 800 mila in autunno rispetto agli 83 mila della primavera- dimostra la minor gravità dell'infezione e la prevalente gestione sul territorio dei nuovi casi rispetto al ricorso alla degenza
  • decessi e letalità: in numero assoluto i decessi delle seconda fase eguagliano quelli della prima ma sempre per l'elevato numero di nuovi casi si abbatte in maniera drastica la letalità che passa dal 14,4 al 2,1%.

Nel complesso, nonostante le critiche rivolte alla gestione territoriale del Covid-19, la medicina extra-ospedaliera ha diagnosticato e gestito, seppur in modo disomogeneo e poco coordinato, un numero considerevole di casi, mentre il sistema ospedaliero ha retto un impatto che, in termini di ricoveri e di degenze in terapia intensiva, è stato di poco superiore rispetto alla primavera. Grazie alla prescrizione dei tamponi i medici del territorio (MMG, CA e medici USCA) hanno fatto emergere la stragrande maggioranza dei casi e hanno seguito in prima persona la parte sommersa dell'incidenza, che in primavera era rimasta sotto-diagnosticata di 5 a 10 volte rispetto a quelli intercettati a livello ospedaliero. Il numero dei casi diagnosticati in autunno si colloca a metà circa di questa stima, con un andamento temporale dell'incidenza "piatto" rispetto al picco di marzo-aprile.

mercoledì 21 aprile 2021

COVID-19. Evoluzione settimanale al 21 aprile

Evoluzione settimanale dal 17 gennaio al 21 aprile

Nell'ultima settimana sono di poco diminuiti i nuovi casi e comunque l'incidenza sfiora 100 mila: calano vistosamente i ricoveri e i degenti in terapia intensiva mentre la mortalità resta elevata, seppur in diminuzione del 20% rispetto ai picchi di oltre 3000 decessi della terza ondata

  • i nuovi casi scendono a +95 mila rispetto +108 mila, con una riduzione del 10% circa e per una media giornaliera di oltre 13 mila 
  • i ricoverati diminuiscono di quasi 3500 e i degenti in TS calano di oltre 400
  • i decessi sono 2440 (in media 348 al dì), toccando il minimo della terza ondata
  • i dimessi guariti superano 130mila e i soggetti in isolamento scendono sono calati di 35mila
  • i tamponi sono 1,5 milioni con una positività che passa dal 5,1% al 6,2% 





        Andamento mensile tra seconda e terza ondata

I dati di marzo indicano un aumento generalizzato degli indici rispetto a febbraio, in particolare per quanto riguarda i nuovi casi che raddoppiano, i ricoverati e i decessi; aumentano lievemente i degenti in TI, la percentuale di positivi sui tamponi eseguiti mentre cala significativamente la letalità. Il mese di aprile dovrebbe segnare il lento declino della terza ondata con un graduale ritorno alla normalità.




Report della Protezione Civile: 
vaccinazioni a dati nazionali 






Confronto tra prima e seconda ondata




A grandi linee è possibile un confronto tra la prima ondata (marzo-giugno) e la seconda (settembre-dicembre) con l'avvertenza circa la sottostima dei casi registrati nella prima fase della pandemia, che inficia il raffronto statistico tra i principali parametri.

  • incidenza: è aumentata in modo considerevole in autunno (da 60 mila a 460 mila in media al mese) per la possibilità di eseguire il tampone in sede extra ospedaliera, era preclusa in primavera ai MMG, con la conseguente sottostima dei casi gestiti a domicilio e/o non denunciati, emersi nella seconda fase
  • tamponi: nonostante siano più che triplicati (da 1.347.000 a 4.488.000 in media al mese) la percentuale dei positivi è più del doppio (dal 4,4 al 10,2%), aumento parallelo all'incremento di nuovi casi
  • ricoveri: in rapporto all'incidenza i ricoveri sono notevolmente ridotti in autunno rispetto alla primavera mentre di riflesso sono aumentati i dimessi guariti e i soggetti in isolamento domiciliare: in primavera il picco si è avuto all'inizio di aprile con circa 29.010 e nella seconda ondata alla fine di novembre con 34.577.
  • terapie intensive: nonostante l'aumento dei nuovi casi il picco si è avuto in aprile con 3848 degenti e, nella seconda ondata, con quasi 4053 ricoveri all'ultima decade di novembre
  • dimessi guariti: passano da quasi 200 mila della primavera a 1.255.458 in autunno
  • isolamento domiciliare: l'elevatissimo numero di soggetti rimasti in isolamento domiciliare- con un picco di 800 mila in autunno rispetto agli 83 mila della primavera- dimostra la minor gravità dell'infezione e la prevalente gestione sul territorio dei nuovi casi rispetto al ricorso alla degenza
  • decessi e letalità: in numero assoluto i decessi delle seconda fase eguagliano quelli della prima ma sempre per l'elevato numero di nuovi casi si abbatte in maniera drastica la letalità che passa dal 14,4 al 2,1%.

Nel complesso, nonostante le critiche rivolte alla gestione territoriale del Covid-19, la medicina extra-ospedaliera ha diagnosticato e gestito, seppur in modo disomogeneo e poco coordinato, un numero considerevole di casi, mentre il sistema ospedaliero ha retto un impatto che, in termini di ricoveri e di degenze in terapia intensiva, è stato di poco superiore rispetto alla primavera. Grazie alla prescrizione dei tamponi i medici del territorio (MMG, CA e medici USCA) hanno fatto emergere la stragrande maggioranza dei casi e hanno seguito in prima persona la parte sommersa dell'incidenza, che in primavera era rimasta sotto-diagnosticata di 5 a 10 volte rispetto a quelli intercettati a livello ospedaliero. Il numero dei casi diagnosticati in autunno si colloca a metà circa di questa stima, con un andamento temporale dell'incidenza "piatto" rispetto al picco di marzo-aprile.