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sabato 24 agosto 2019

"Chi va più dal medico di base? Il mondo in cui ci si fidava del medico è finito!"

"Nei prossimi 5 anni mancheranno 45 mila medici di base, ma chi va più dal medico di base, senza offesa per i professionisti qui presenti?. Nel mio piccolo paese vanno a farsi fare la ricetta medica, ma chi ha almeno 50 anni va su internet e cerca lo specialista. Il mondo in cui ci si fidava del medico è finito". E' l'autorevole opinione dell'ex sottosegretario Giancarlo Giorgetti, esternata durante il suo intervento al Meeting di Rimini del 23 agosto: https://www.adnkronos.com/salute/sanita/2019/08/23/giorgetti-nessuno-piu-dal-medico-famiglia_hZzV6eTZ6Bitz0NFg6W4lK.html?refresh_ce

Le affermazioni del Giorgetti riflettono un'opinione diffusa tra la "casta" politica abituata a trattamenti esclusivi e appunto "castali", tipo quelli riservati alla nomenklatura ai tempi del socialismo reale nelle cittadelle del potere sovietico. Da qui la convinzione che gli studi medici siano solo dei grigi ricettifici in cui si svolge una professione ormai obsoleta e residuale. Dalla squalifica pubblica di un'intera categoria professionale all'ipotesi della massa in liquidazione di un comparto del SSN, ormai irrilevante, il passo è breve. Ergo, perchè rinnovare un ACN dopo "solo" 10 anni di vacanza contrattuale? Per quel che vale/conta il "medico di base", trascrittore acefalo delle prescrizioni altrui, non vale proprio la pena di sprecare altre risorse per rinnovare contratti! 

Se solo gli ultra 50enni fossero in grado di interpellare il dott. Goggle anche loro probabilmente si rivolgerebbero direttamente allo specialista, senza perdere tempo nei ricettifici di base. Il fatto è che i 3/4 dei frequentatori degli studi medici - nonchè consumatori di prestazioni sanitarie - sono pazienti cronici e in particolare ultra 65enni, polipatologici, fragili, invalidi, disabili etc.. (si veda i dati del PS). Ecco, a questo proposito, come hanno reagito i compaesani del sottosegretario Giorgetti al pensionamento di uno dei medici del paese: non si sono rivolti al dott. Goggle ma si sono mobilitati per avere un sostituto: https://www.varesenews.it/2019/07/medico-base-va-pensione-cazzago-brabbia-inarzo-subbuglio/840732/

Come dare torto al sottosegretario Giorgetti, papabile prossimo Commissario UE? Erano del la stessa opinione i policy maker della regione Lombardia che, proprio due anni fà, licenziarono la riforma destinata a favorire la Presa in Carico dei pazienti cronici da parte delle strutture specialistiche. La motivazione per incentivare il passaggio dei cronici dal territorio all'ospedale era il giudizio lapidario, solo un po' più articolato rispetto a quello del sottosegretario, contenuto in un documento regionale del 2011: «la realtà dei fatti ha mostrato che l’attuale organizzazione delle cure primarie manca delle premesse contrattuali e delle competenze cliniche, gestionali ed amministrative richieste ad una organizzazione che sia in grado di garantire una reale presa in carico complessiva dei pazienti cronici al di fuori dell’ospedale» .

Ebbene, a metà strada del percorso triennale di Presa in Carico della cronicità gli specialisti delle strutture pubbliche e private della Lombardia hanno compilato meno del 5% dei Piani Assistenziali Individuali previsti dalla riforma, a fronte del 95% redatto dai medici di MG. Evidentemente i più assidui frequentatori degli studi medici si fidano ancora del proprio medico e non si affidano alla cure specialistiche proposte dalla Regione:  https://curprim.blogspot.com/2019/06/presa-in-carico-dei-cronici-in.html

P.S. Rapporto Health Search 2017:  https://report.healthsearch.it

I CONTATTI CON GLI ASSISTITI

In tutti gli anni osservati si nota un graduale e costante incremento del carico di lavoro, con un raddoppio tra il 2006 e il 2016 (da 5,5 contatti/paziente/anno nel 2006 a 9,9 contatti/paziente/anno nel 2016). Questo andamento è comune sia tra i pazienti di sesso femminile (da 6,2 contatti/paziente/anno nel 2006 a 10,9 contatti/
paziente/anno nel 2016), sia per quelli di sesso maschile (da 4,9 contatti/paziente/ 
anno nel 2006 a 8,9 contatti/paziente/anno nel 2016).


In tutti gli anni considerati (2006-2016) la maggior parte dei contatti medicopaziente è rappresentata dalle visite di tipo “ambulatoriale” seguite dalla “richiesta di farmaci e prestazioni”. Il peso delle visite ambulatoriali sul totale dei contatti medico-pazienti è diminuito progressivamente negli ultimi anni, andando dal 74% del 2011 al 54% del 2016. A questo andamento si contrappone la quota di contatti per effettuare una richiesta di farmaci e prestazioni, che è aumentata considerevolmente dal 17% del 2011 al 37% del 2016. Infne, le visite domiciliari, così come le telefonate al paziente o altri tipi di prestazioni (es. consultazione cartelle cliniche) rappresentano una percentuale più bassa del carico di lavoro complessivo del MMG in tutti gli anni considerati.

Il numero medio di contatti annuali registrati nel 2016, stratifcato per fasce di età e sesso, cresce all’aumentare dell’età dei pazienti in entrambi i sessi, fno a raggiungere 23,9 contatti/paziente/anno per gli uomini ultra 85enni e 22,4 contatti/paziente/anno per le donne della stessa fascia d’età. Inoltre, mentre il numero di contatti/paziente/anno delle donne è superiore a quello degli uomini nelle fasce
d’età più giovani, dopo i 74 anni si osserva un’inversione, con gli uomini che fanno registrare un maggior numero di contatti rispetto alle donne. L’analisi per area geografca indica un numero di contatti maggiori per i MMG che operano nel Centro-Sud (in particolare, Umbria e Puglia per l’anno 2016).

lunedì 26 luglio 2021

Anno 2022: la tempesta perfetta sulla medicina del territorio! (1)

Correva l'anno 2019 e l'On. Giorgetti in una manifestazione pubblica di fine agosto esternava il suo pensiero sulla medicina del territorio: “Nei prossimi 5 anni mancheranno 45 mila medici di base, ma chi va più dal medico di base, senza offesa per i professionisti qui presenti? Nel mio piccolo paese vanno a farsi fare la ricetta medica, ma chi ha almeno 50 anni va su internet e cerca lo specialista. Il mondo in cui ci si fidava del medico è finito”.

Il messaggio aveva una duplice valenza: da un lato la constatazione di una tendenza, apparentemente diffusa, e dall'altro l'esplicita squalifica pubblica della categoria con una dichiarazione di sfiducia che era anche un invito indiretto a disertare gli studi dei poco affidabili medici di base. Perché preoccuparsi della carenza di MMG se la gente non si fida di loro e il medico di base serve al massimo per ripetere ricette e trascrivere prescrizioni specialistiche, a mo' di un docile impiegato esecutivo? Questa era l'immagine del MMG che proponeva alla gente l'on. Ministro Giorgetti.

Su questi presupposti cognitivi e su questa analisi comportamentale poggiava anche la politica sanitaria lombarda: a quell'epoca era in fase di implementazione la riforma della Presa in Carico (PiC) della cronicità che aveva l'obiettivo di favorire la migrazione dei cronici dalla medicina territoriale ai Gestori ospedalieri, esautorando i fatto il MMG dalla cura dei propri assistiti affetti da una condizione cronica. 

I fatti hanno preso una direzione opposta e la PiC si è rivelata una riforma fallimentare sul piano teorico e soprattutto pratico, per la sinergia tra disinteresse dei Gestori ospedalieri, specie quelli privati, e rifiuto dei pazienti di trasferirsi armi e bagagli dalla medicina territoriale a quella nosocomiale. Tant'è che la PiC verrà ricordata nei prossimi anni come esempio di policy totalmente slegata dal contesto e dalle scelte comportamentali dei destinatari e degli attuatori della stessa. 

Poi è arrivata la pandemia a completare il quadro di una vicenda che ha i connotati di una distanza drammatica tra la rappresentazione della realtà, costruita dai decisori politici, e la realtà fattuale vissuta da medici e pazienti. Una divaricazione che illustra in modo autoevidente l'incapacità di comprendere le dinamiche sociali, organizzative e di avere il polso della situazione dell'assistenza primaria. Con l'aggravante delle reiterate accuse di trascuratezza rivolte alla categoria per la gestione della pandemia sul territorio, nel tentativo di additare un comodo colpevole alla riprovazione dell'opinione pubblica

Estate 2021: «Il 20% dei colleghi andrà in pensione nel 2021. Chi può, ormai scappa» commenta Pier Luigi Bartoletti, il segretario romano della Fimmg. «È il doppio dei pensionamenti che ci aspettavamo. Fino a qualche anno fa c'era la corsa per restare in servizio, fino a 70 anni. Ora invece è il contrario. Molti sono "scoppiati", la pandemia ha pesato, il telefono non dà tregua e abbiamo mille incombenze burocratiche, dal green pass al certificato di guarigione. E nessuno ha davvero potenziato la medicina del territorio».

La situazione è analoga in tutta la penisola: la pandemia ha slatentizzato e amplificato un disagio diffuso e un clima emotivo che sconfina nel vero e proprio burn-out collettivo. Oggi il traguardo del pensionamento a 70 anni è l'eccezione mentre è la regola la domanda di quiescenza a 68 anni e in molti casi anche prima di tale limite. Se, com'è molto probabile, il trend continuerà nel prossimo biennio l'esodo messo in conto nel 2019 dall'On Giorgetti sarà anticipato e dirompente, con effetti disastrosi per la medicina del territorio, a tal punto che c'è chi prospetta l'intervento dei medici militari.

Ma c'è di più: le zone carenti per il pensionamento dei medici nell'anno in corso e, in alcune province Lombarde, anche per il tributo di vite umane pagato alla pandemia restano senza candidati e quindi già ora la sproporzione tra domanda ed offerta resta grave. In particolare nel nord, da Milano a Bologna, i posti vacanti vengono coperti se va bene al 20-30%. Dall'altro lato anche i posti disponibili per la Formazione Specifica in MG vengo assegnati con difficoltà, tanto da indurre il ministero ad eliminare le incompatibilità per l'accesso al corso.

Non c'è da stupirsi della scarsa motivazione dei neo-laureati: basta confrontare l'entità della borsa del futuro MMG con quella di tutti gli altri specializzandi. La differenza è semplicemente umiliante e perfettamente in linea con l'opinione che della categoria si è fatto l'On. Giorgetti!

Chi semina vento raccoglie una tempesta perfetta!

1-Continua

mercoledì 20 aprile 2022

Biden: “Gli imprenditori non trovano dipendenti? Pagateli di più”.

Nell’ultimo mese in Lombardia si sono sviluppate due iniziative pubbliche parallele sulla carenza di MMG in alcune zone della regione, dove molti cittadini sono privi di assistenza primaria. Da un lato la Lega Nord ha montato 500 gazebo nelle piazze per raccogliere le firme dei cittadini su una petizione che accusa il governo di incapacità a risolvere il problema; dall’altro contemporaneamente un partito concorrente a livello locale ma alleato a Roma, vale a dire il PD lombardo, ha promosso un’analoga iniziativa on line con un intento speculare, ovvero di “dare la colpa” della situazione critica alla giunta regionale.

La proposta del partito di Matteo Salvini segnala una svolta radicale rispetto alle posizioni precedenti. Era la fine di agosto 2019 quando durante un incontro pubblico di fine estate l’onorevole Giorgetti, allora ministro del primo governo Conte, aveva avanzato la sua “diagnosi”: “Nei prossimi 5 anni mancheranno 45 mila medici di base, ma chi va più dal medico di base, senza offesa per i professionisti qui presenti? Nel mio piccolo paese vanno a farsi fare la ricetta medica, ma chi ha almeno 50 anni va su internet e cerca lo specialista. Il mondo in cui ci si fidava del medico è finito”.

Ruvida opinione personale, sfuggita alla tradizionale diplomazia della politica, o lucida analisi della situazione? A distanza di 30 mesi, dopo due governi, una pandemia ed ora una guerra che promette un impatto non meno perturbante, per una curiosa legge del contrappasso l’orientamento verso la MG è radicalmente cambiato di segno: dalla squalifica alla promozione di un’intera categoria professionale.

Le cause della diffusa carenza di medici sul territorio sono note da più di un lustro e si sono aggravate per i riardi degli ACN, a livello nazionale e locale: il blocco del ricambio generazionale per il mancato adeguamento delle borse per il Corso di Formazione specifica, il pensionamento anticipato per il logoramento dei medici del baby boom, il disinteresse dimostrato dai decisori pubblici verso la medicina del territorio emerso con evidenza durante la pandemia., un malessere diffuso per la burocratizzazione della professione e per le tensioni con assistiti dovute a contraddizioni per le quali il medico fa da parafulmine, essendo per giunta bollato come fannullone ed accusato di “scarsa produttività”, una difficile integrazione tra cure primarie e specialistiche per vincoli prescrittivi difformi e regole farraginose.

La sommaria analisi dell’On. Giorgetti provocò a suo tempo reazioni risentite da parte di molti osservatori e archiviata come un’uscita infelice, ma a distanza di tempo dopo gli eventi del 2020-2021 può essere letta in modo più articolato. Proviamo a decodificare il discorso per evidenziarne il senso programmatico. L’opinione del ministro può essere interpretata in chiave cognitivo-comportamentale, in quanto parte da constatazioni di fatto per arrivare ad una conclusione generale, che è nel contempo una dichiarazione di intenti e un proposta di soluzione del problema.

Il dato comportamentale è evidente: la gente by-passa il primo livello perché non trova sul territorio una risposta alle sue esigenze, ovvero una soluzione tecnologia e specialistica ad un problema emergente. Per questo si rivolge in prima battuta al dott. Google, che propone ciò che non viene garantito dalla medicina di I livello. Così la consultazione medica si rivela un vuoto rito e, proprio per questo, il professionista ha perso la credibilità d’un tempo e la fiducia della gente. Tanto vale procedere di propria iniziativa, in nome dell’autonomia e dell’empowerment del paziente che i medici stessi promuovono a parole. Conclusione: se così stanno le cose la paventata carenza di medici di MG non è poi così grave ed impellente come viene rappresentata.

Questa descrizione del problema rientra in un frame economico, preludio alla sua soluzione razionale: esiste un evidente squilibrio tra domanda ed offerta organizzativa, cioè tra bisogni soggettivi dei pazienti e volumi di prestazioni erogabili dal sistema, che esita nella “defezione” delle gente dal I livello verso le strutture che possono compensare tale gap, sia private accreditate che libero professionali; a causa delle infinite liste d’attesa e di ticket salati la gente decide autonomamente di rivolgersi in prima battuta ad uno specialista, saltando un inutile passaggio dal MMG. Insomma il cronico dislivello tra domanda e offerta può essere colmato da una sana competizione tra pubblico e privato.

L’analisi economica si applica a bisogni insoddisfatti, percepiti come urgenti o oggettivamente tali, che il blocco delle prestazioni durante la pandemia ha aggravato. Tuttavia esiste un’altra categoria di frequentatori degli studi medici alle prese con lo stesso problema, ovvero quel 30-40% di cronici che consuma i ¾ delle risorse economiche e di tempo clinico-assistenziale. A questa popolazione si rivolgeva proprio in quei mesi la riforma lombarda della Presa in Carico (PiC) della cronicità e fragilità, a partire da una soluzione di mercato non dissimile da quella avanzata per i fatti acuti.

La PiC ha riproposto il frame esplicativo della riforma dei CReG, una sorta di DRG della cronicità risalente al 2012, la cui premessa recitava: «la realtà dei fatti ha mostrato che l’attuale organizzazione delle cure primarie manca delle premesse contrattuali e delle competenze cliniche, gestionali ed amministrative richieste ad una organizzazione che sia in grado di garantire una reale presa in carico complessiva dei pazienti cronici al di fuori dell’ospedale».

La soluzione dalla PiC era ancor più radicale, nel segno del quasi mercato interno: spostare il baricentro della cura della cronicità da un territorio inaffidabile, sul piano clinico ed organizzativo, al contesto ospedaliero, con il passaggio dei pazienti dal generalista al clinical manager specialistico in grado di sopperite ai deficit delle cure primarie. Quali sono stati gli esiti dell’operazione è una questione ormai archiviata, a causa del combinato disposto tra limiti concettuali di una riforma destinata a rompere l’equilibrio sistemico e l’impatto della pandemia; la PiC non ha superato questa doppia prova empirica e si è arenata definitivamente sulle secche del disinteresse delle strutture private. Basti pensare che tutti i Gestori ospedalieri della PiC hanno arruolato solo il 5% dei 300mila cronici, rispetto al 95% di quelli presi in carico dai MMG in Coop.

Insomma il quasi mercato a concorrenza verticale tra I e II livello non ha mantenuto le promesse di rimediare alle carenze della MG, anzi a posteriori ne ha rivalutato paradossalmente il ruolo, tanto enfatizzato come centrale quanto contraddetto da policy ventennali all’insegna dell’incuria. Ora per di più il mercato, impropriamente coinvolto nella PiC, si è preso una sorta di rivincita con la cronica carenza di medici di MG, che può essere ricondotta al dislivello tra la domanda di generalisti e l’offerta sul mercato del lavoro. Due sono le principali concause: il deficit di borse per la Formazione specifica e soprattutto e lo scarso appeal della professione per un gap tra trattamento economico umiliante dei Corsisti di serie B verso gli Specializzandi di serie A. Il presidente Biden ha suggerito in modo sbrigativo e diretto la ricetta per riequilibrare la dinamica domanda-offerta: “Gli imprenditori dicono che non riescono a trovare dipendenti? Io vi dico, pagateli di più”.

venerdì 17 giugno 2022

Il disagio dei medici di MG: basi socioculturali

Tratto da: IL MALESSERE DELLA MEDICINA GENERALE
La riforma dell’assistenza primaria dopo la pandemia: ultima spiaggia o inevitabile declino?
Edizione KDP, aprile 2022, pag. 199

Il medico di medicina generale (MMG) vive dall’inizio del secolo un periodo di disagio che cova sotto la cenere e di rado viene a galla sui media tradizionali; il malessere si manifesta perlopiù con “sfoghi” sui social media che tradiscono un misto di risentimento, demotivazione e rassegnazione. Per descrivere questo clima emotivo e cognitivo collettivo può essere utile la nozione powerlesness, che connota il vissuto di quanti si trovano in un contesto lavorativo giudicato svantaggioso, demotivante, frustrante, limitante l’autostima e il contributo creativo all’organizzazione (Piccardo,1994). 

Emblematica a questo proposito è l'esternazione del ministro Giorgetti che a fine estate 2019 osservava: “Nei prossimi 5 anni mancheranno 45 mila medici di base, ma chi va più dal medico di base, senza offesa per i professionisti qui presenti? Nel mio piccolo paese vanno a farsi fare la ricetta medica, ma chi ha almeno 50 anni va su internet e cerca lo specialista. Il mondo in cui ci si fidava del medico è finito”. Questa sorta di sindrome collettiva da perdita di ruolo, ha radici socioculturali e basi epistemologiche riconducibili all’interazione tra alcune tendenze. Vediamole schematicamente.

1-   Lo sviluppo tecnologico e scientifico comporta l’obiettiva difficoltà per i professionisti di mantenersi al passo del rinnovamento delle acquisizioni teorico-pratiche. I progressi della tecnologia biomedica spingono lo specialista verso una ulteriore settorializzazione professionale che si focalizza attorno a specifiche tecniche diagnostiche e/o terapeutiche (Ardigo, Mazzoli,1994) ed emargina il generalista per sua natura non-specialista con una vocazione all’approccio olistico, biopsicosociale e culturale. A questa tendenza si somma la proliferazione di nuove professioni sanitarie, formalmente riconosciute e istituzionalizzate, che aumenta l’offerta sul mercato delle prestazioni ed erode ulteriormente la spazio di intervento e l’autonomia decisionale del generalista. Infine sul piano sociale prevale un’induzione della domanda da parte dell’offerta, che il sistema pubblico non riesce a soddisfare pienamente, in un contesto di patologizzazione e medicalizzazione mediato (Domenighetti 2007, p. 114-117)

  • dalla sistematica revisione al ribasso delle soglie dei parametri biologici che definiscono “il patologico” per una serie di fattori di rischio, assimilati a condizioni di malattia ;
  • dalla generalizzazione delle diagnosi precoci percepite dalla popolazione come sinonimo di guarigione-,
  • dall’attribuzione dello statuto di “malattia” a condizioni che fanno parte del normale processo biologico della vita, ad esempio con campagne di disease mongering;
  • dalla promozione di aspettative di efficacia verso l’impresa medica che vanno al di là di ogni ragionevole evidenza scientifica e che alimentano una privatizzazione di fatto, dovuta al deficit di offerta pubblica, proporzionale all’allungamento delle liste e dei tempi di attesa per le prestazioni di diagnostica ambulatoriale. 

2-    Con la diffusione del Web si è ridotta l’asimmetria informativa tra medico e paziente in proporzione diretta all’affermazione della disintermediazione offerta dalla rete e del tramonto della tradizionale dipendenza paternalistica. Ciò si traduce, da un lato. in maggiore autonomia del paziente divenuto “esigente” e in certi casi rivendicativo fino all’uso strumentale della revoca, dall’altro, in aspettative di efficacia “tecnica” che favoriscono il by-pass delle cure primarie a favore di risposte specialistiche, come nella situazione tratteggiata dall’on Giorgetti. In modo complementare l’autonomia decisionale del medico è stata progressivamente condizionata dalla cosiddetta “medicina amministrata”, che si concretizza in vincoli normativi e prescrittivi via via stratificati nel tempo, per il controllo della spesa sanitaria a causa della perdurante crisi della finanza pubblica. 

3-      L’evoluzione della società è guidata dalla suddivisione in sottosistemi; la logica che spinge verso una crescente differenziazione funzionale del sistema sociale e di divisione del lavoro è il tentativo di affrontare e ridurre la complessità ambientale con una speculare segmentazione del sapere e delle pratiche. Ogni sottosistema funzionalmente differenziato della società è orientato ad un proprio codice, a criteri valutativi, a schemi cognitivi e routine operative che garantiscono l’autonomia rispetto agli altri sotto sistemi (Baraldi, 1994). La risultante della differenziazione è la proliferazione delle subprofessioni all’interno di ogni branca medica e la focalizzazione su settori patologici sempre più ristretti; di conseguenza, come afferma Ardigò, in un sistema complesso "la risposta specialistica tende sempre a prevalere su quella a minore differenziazione" (Ardigò, 1990) con intuibili risvolti sul triangolo relazionale paziente-MMG-specialista (ad esempio con l’introduzione di Piani Terapeutici per farmaci di esclusiva prescrizione specialistica e preclusi al MMG). La differenziazione funzionale comporta il rischio di effetti indesiderati, come la divaricazione tra pratiche tecno-specialistiche ospedaliere in acuto e gestione olistica della cronicità sul territorio (Asioli, 2019). Con questa chiave interpretativa si può leggere il profilo “residuale” del MMG, non specialista per eccellenza, proposto alla stregua di un impiegato esecutivo e potenziale terreno di “bracconaggio” e sconfinamento professionale sul territorio, per quella che è stata definita la “generalizzazione” delle medicina di II livello. 

4-     Il paradigma di semplificazione costituisce lo sfondo culturale e cognitivo delle tendenze sopradescritte (Morin, 1993). Due sono i suoi pilastri che orientano l’azione e la conoscenza: il principio di disgiunzione e quello di riduzione. Per conoscere un oggetto occorre innanzi tutto disgiungerlo, separarlo rispetto all’ambiente: la conoscenza è tanto più solida quanto più è decontestualizzata e standardizzata mentre la varietà, unicità, complessità del contesto sono considerati irrilevanti o fattori di disturbo per il dispiegarsi della razionalità tecnica (Schoen, 1994). Secondo il principio di riduzione per conoscere un aggregato di parti è sufficiente la conoscenza approfondita dei suoi costituenti elementari dai quali si può dedurre il comportamento del tutto. Nella storia della medicina questi principi hanno ispirato, per esempio, lo sviluppo dell’assistenza ospedaliera; qui avviene quella disgiunzione tra malato e ambiente di vita che è finalizzata ad approfondire la conoscenza della malattia tramite la riduzione dei sintomi al livello dell’organo malato, delle cellule o delle strutture molecolari. La rigida applicazione del paradigma di disgiunzione\riduzione è storicamente esemplificata dall’istituzione manicomiale e dall’assistenza pediatrica. Nel caso del bambino malato la consapevolezza degli effetti deleteri (psicologici, cognitivo, affettivi e somatici) della separazione dalla madre e dalla famiglia (la decontestualizzazione della malattia) è stata “scientificamente” riconosciuta solo negli anni cinquanta, cioè dopo che per decenni i bambini ospedalizzati avevano subito i danni della deprivazione affettiva  e relazionale (Ardigò, 1990).

5-      Infine sul versante macro-sistemico si sono intensificate le ingerenze e il controllo esterno sulla professione medica da parte dei due contropoteri che hanno controbilanciato l’autonomia/dominanza della medicina: da un lato le logiche dell’economia di mercato, rappresentate dalle assicurazioni private e della grandi organizzazioni sanitarie for profit specie nel contesto nord americano, e dall’altro la deriva burocratica e manageriale imboccata dai sistemi di welfare pubblico, specie nel vecchio continente, per contenere una spesa sanitaria incontrollabile. Nel contempo la definizione positiva di salute dell’OMS del 1948, in sostituzione di quella negativa come assenza di malattia, accentuava il dislivello tra i bisogni e le attese alimentate dalla promessa di un benessere globale, e l’offerta di un servizio sanitario alla prese con la crisi endemica della finanza pubblica. L’inflazione della domanda di prestazioni mediche, prodotto di una accentuata soggettivazione del bisogno sanitario, sfociava in razionamento implicito dell’offerta diagnostica e terapeutica, a base di ticket moderatori, di allungamento delle liste d’attesa e del conseguente ricorso al mercato privato della diagnostica o con forme di pagamento out of pocket per i farmaci. Come ha osservato il sociologo della complessità Edgar Morin gli operatori sanitari sono “vittime sia di una politica neoliberista che viene applicata dappertutto per privatizzare ed atrofizzare i servizi pubblici sia di una gestione statale iperburocratizzata sottoposta sempre più alle pressioni di potenti lobby” (Morin 2020, p.45)

La risultante di queste concause è il declino dell’autorità professionale del medico, correlato al venir meno del paternalismo e dell’asimmetria della relazione tradizionale, connotata da deferenza e rispetto. Questo contesto mina alle basi il rapporto fiduciario e “la legittimazione stessa della biomedicina quale modalità esclusiva di erogazione delle cure sanitarie”, che si esprime nella difficoltà a garantire l’aderenza alle terapie (Giarelli 2013, p. 403) e nell’instabilità della relazione di cura sottoposta a crescenti tensioni o aperti conflitti. 

Bibliografia a richiesta: bllgpp@gmail.com

domenica 3 dicembre 2023

Aveva previsto tutto il ministro Giorgetti, nessuno vuol più fare il MMG: al CFSMG è arrivato il tempo dell'abbandono silenzioso!

Un altro dato interessante emerso dalla partecipazione alla selezione per il CFSMG è il numero di medici dipendenti che passa dall'ospedale al territorio rispetto ai non specialisti: al precedente Corso lombardo i medici in possesso di una specializzazione erano il 21% e lo scorso 30 novembre, stando alla stampa locale, la percentuale è salita ad un terzo dei 344 candidati presenti alla selezione per 416 posti disponibili. 

lunedì 12 giugno 2023

Come recuperare la legittimazione sociale e professionale perduta?

ll dibattito sul futuro stato giuridico e contrattuale dell’Assistenza Primaria è interessante, anche se sconta i limiti dell’impostazione top down di matrice giuridico-formale che, senza l’apporto bottom-up delle risorse professionali ed economiche, rischia di esaurirsi in disegni astratti e poco spendibili al lato pratico. Perché quando si discute di MG è bene tenere presente che si ha a che fare con un nodo della rete sociosanitaria immersa nel mondo della vita, a differenza dell’organizzazione “razionale” ospedaliera concentrata sulla difesa del nucleo tecnico dalle perturbazioni ambientali.

sabato 16 agosto 2025

L’incerto futuro della medicina territoriale dopo il PNRR: introduzione al volume

 Giuseppe Belleri

LA RISTRUTTURAZIONE DELL’ASSISTENZA PRIMARIA

L’incerto futuro della medicina territoriale dopo il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza

Edizione agosto 2025, pag. 130, KDP Amazon, disponibile in formato cartaceo ed e-book

Introduzione

Il Covid-19 ha avuto un particolare impatto sulla medicina del territorio per le sue specifiche caratteristiche strutturali e funzionali, facendo emergere un malessere professionale che ha radici profonde e lontane. La pandemia ha evidenziato le condizioni di abbandono del territorio, descritto per la prima volta dai colleghi nell'epicentro di Codogno. 

Per correggere questo stato di cose è stata proposta una riforma complessiva dell’assistenza primaria, che si dovrebbe concretizzare nelle strutture territoriali previste dalla Missione 6C1 del PNRR (Case ed Ospedali di Comunità, Centri Operativi Territoriali, Distretti e potenziamento dell’assistenza domiciliare).